Investire in fotografía:  la Spagna è un ottimo mercato per il collezionismo

I volti di Outumuro, le donne di Colita, la Via Lattea di Joan Fontcuberta… Vale la pena di puntare sulle gallerie di Barcellona, visto che i prezzi, del vintage e di alcuni grandi autori, sono ancora accessibili.

Quella sera in tipografia c’erano tutti, e tutti con il fiato sospeso, calmi e furenti, a strappare dal numero in uscita l’articolo incriminato. In torno pile e pile di Por Favor, la rivista che dal 1974 al 1978 è stata la voce ironica, irriverente, satirica e militante della fronda antifranchista di Barcellona. Direttori, Jaume Perich e Manuel Vázquez Montalbán. Anima grafica, un giovane e talentuoso art director, Manuel Outumuro, ed è lui quello che ogni settimana si presentava al commissariato di polizia, servizio censura, per ricevere nella Spagna del generalissimo Franco il visto si stampi. Capitava, appunto, che il numero venisse approvato, tranne quella pagina, quel titolo, quelle parole, e allora, via, a stralciare, e poi corsa a perdifiato in edicola.

Cinquant’anni dopo, in un’altra Spagna e in un’altra vita perché è diventato uno dei più originali ritrattisti e fotografi di moda, amatissimo per la classicità e la modernità del suo sguardo, è proprio Manuel Outumuro a invitarci a scoprire quella fotografia che dai primi anni Sessanta alla fine dei Settanta, dall’ultimo periodo della dittatura alla morte del Caudillo, fino agli slanci della transizione, della movida e oltre, ha raccontato e continua a raccontare la storia, l’anima, i volti, i corpi, la danza, la musica, il maschile e il femminile dentro e fuori gli schemi, arcaico e rivoluzionario, della terra di Cervantes e del detective Pepe Carvalho. Una fotografia, diciamolo subito, rara e preziosa per la qualità degli autori, per il ruolo che ha avuto quando l’immagine faceva davvero politica, e ancora per le energie che ha saputo raccogliere intorno a sé grazie a una generazione di curatori e galleristi profondamente impegnati, tra i quali, non a caso, ci sono molte donne.

Una fotografia, insomma, capace di interpretare così bene il suo tempo da divenire materia di una collezione colta, originale, intelligente anche nella strategia degli acquisti e degli investimenti, visto che i prezzi, per esempio del vintage, sono ancora accessibili. Nel suo studio nel quartiere del Barrio, a un passo dal Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona, il CCCB, Manuel Outumuro sta ultimando la selezione del suo nuovo lavoro, un magnifico volume e mostra pronti a fine anno sui capolavori della Accademia Reale di Belle Arti di San Ferdinando a Madrid. Alle pareti e tra le pagine dei libri, ben ordinati sui tavoli, ci sono invece i volti della nuova Spagna, intensa, giovane, internazionale, da Javier Bardem a Penélope Cruz, da Paco León a Rossy de Palma, e ci sono anche i ritratti degli abiti di Balenciaga, rivisitati per il museo del grande couturier a Getaria, nei Paesi Baschi. Oggi è questa la Spagna, libertà di essere, di tornare indietro nel tempo e di immaginare il futuro. Ma allora, negli anni Settanta, la Spagna com’era? «Orribile. A diciotto anni andavo già in manifestazione, e c’era una violenza folle, un attimo e ti trovavi in carcere, e ci sono stato. Tanto per capire il livello di censura, non potevamo usare la parola democrazia, vietata, oscena per il regime al punto che l’avevamo dovuta togliere dalla testata di Por Favor Democracia, questo era il nome originale della rivista. Ironia massima, chiedere “per favore la democrazia”, e ironia quasi sublime lasciare solo quel gentilissimo Por Favor», ricorda Outumuro. All’epoca esisteva a Barcellona un altro luogo dove sognare un’inedita e inebriante libertà, il Bocaccio, con una sola c, discoteca, tribuna politica e salotto letterario in un sotterraneo al 505 della Calle de Muntaner dove, sono ancora i ricordi di Manuel, «potevamo immaginare la vita del resto d’Europa. Una finestra aperta, aria freschissima. All’epoca ero minorenne, ma il buttafuori era un amico di mio padre e mi faceva entrare, “Manolo, di’ che hai ventuno anni, mi raccomando”. La musica era bellissima, eclettica in un mix di disco, baciata, pop sofisticato e bossa nova». Al Bocaccio ballava, pensava e protestava la famosa Gauche Divine, la fronda intellettuale antifranchista, voluttuosa, intelligente, libertaria e, tra architetti come Ricardo Bofill, Oriol Bohigas e Beth Galí, storici della comunicazione come Román Gubern, disegnatrici e grafiche come Toni Miserachs, modelle come Elsa Peretti in fuga dall’Italia, scrittrici come Rosa Regàs e cantautrici come Guillermina Motta i Cardona, era apparsa anche una strepitosa fotografa, Colita, nome d’arte di Isabel Steva, barcelonesa, classe 1940.

Pochi minuti di macchina, cambio di orizzonte, e siamo nel quartiere di Sarrià-Sant Gervasi, un caffè, un pranzo nel ristorante Menudo Pau, sulla bella Plaça Sant Vicenç, al numero 1, e stiamo per metterci sulle tracce di una delle primissime fotografe di Spagna, esordio negli anni Sessanta, personalità così epidermica e profonda da capire che la luce contro il buio della tirannia andava cercata tra la gente, la più semplice, e tra altre donne capaci di riassumere in uno sguardo, in un passo di danza, sensibilità, fierezza, indipendenza. Di questo ci parla, con l’amore e l’ammirazione di chi ha conosciuto Colita da vicino, Francesc Polop, scultore di straordinaria forza materica – l’atelier è al 32 di Cornet i Mas – ma soprattutto direttore dell’archivio di Colita e art director di alcuni dei suoi volumi più importanti. Ne citiamo almeno due, Antifémina, riedizione di uno storico libro uscito nel 1977 e subito cult esaurito, e Carmen Amaya 1963, e vale una dichiarazione di poetica la dedica in prima pagina, Gracias, Carmen. Gracias, Julio. Yo no olvido, io non dimentico. Allora, che cosa non ha mai dimenticato Colita? «Di riconoscere e rispettare il suo talento, di difenderlo in un mondo allora di soli fotogiornalisti uomini», racconta Francesc. «Tanto per dire, a un certo punto della lavorazione del film Los Tarantos del 1963, il fotografo di scena ufficiale aveva chiesto al regista, Francisco Rovira Beleta, di levargli di torno “quella bambina”, colpevole di aver realizzato una straordinaria carrellata di ritratti di comparse». Il film, in italiano Con odio e con amore, candidato nel 1964 all’Oscar per il miglior film straniero, segna l’incontro decisivo di Colita con Carmen Amaya, rivoluzionaria del flamenco al suo ultimo film e nei suoi ultimi mesi di vita. I ritratti della giovane fotografa sono tragici, veri, carnali, passionali, gitani in una sola parola, e sarà questa “misura senza misure” a guidare Colita nei suoi quarant’anni di reportage, umanista perché tra la gente, e femminista perché sempre dalla parte delle donne. Sfogliamo le pagine di Antifémina, sembra uscito ieri: si parla di lavoro sottopagato, di famiglia-prigione, di matrimonio-rifugio, di corpo femminile fatto a pezzi, magnifica cosa per veicolare l’acquisto di altre cose. Breve riassunto del suo pensiero: «La donna ideale andrebbe bruciata viva come una strega. La donna ideale è un’invenzione patriarcale. Noi siamo ribelli, imperfette e reali». Streghe, categoria femminile da tenere a mente. È la prossima tappa del nostro viaggio.

Potrebbero essere anche loro las nuevas brujas, le nuove streghe ritratte da Joana Biarnés e pubblicate su una pagina del Pueblo nel 1971. Donne forti, sorridenti, sicure e combattive, non le ferma nessuno, e sono le donne della Fundación Photographic Social Vision, Silvia Omedes, direttrice, Marina Balagué, responsabile degli archivi, e accanto a loro Imma Cortés, Valeria Fossati, Alice Monteil, Mireia Plans, Teresa Martelo, Inés Muñoz, Maria Planas, Isabel Cruz, Susana Sors, Mireia Carbonell, Teresa Vallbona, e sì c’è anche un uomo, Carlos G. Vela, responsabile della comunicazione.

Quest’anno la Fundación, nella sede di Villa Alegre, incantevole dimora dei primi del Novecento, compie venticinque anni, un quarto di secolo nella promozione della fotografia documentaria e nell’impegno a creare una società più democratica, più consapevole, più partecipe perché più informata. Nella visione di Silvia Omedes, curatrice, editrice, agente di fotografi e cultural manager con studi di arte alla New School for Social Research di New York, la fotografia è un’arma ancora potentissima e per questo ha scelto di custodire e promuovere gli archivi di quegli autori, dieci per adesso, che hanno seguito i mutamenti profondi della società spagnola. «Penso a pioniere come Joana Biarnés, considerata la prima fotogiornalista spagnola, o Isabel Azkarate, prima donna fotoreporter dei Paesi Baschi, allieva di Lisette Model e testimone della comunità Lgbt, o ancora Anna Turbau, anche lei splendida apripista che negli anni Settanta ha documentato la campagna della Galizia e le grandi manifestazioni per le conquiste democratiche. Ma penso anche a maestri come Joaquín Tusquets de Cabirol, fotoamatore coltissimo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, e una sua personale, La forma elocuente, in mostra fino al 6 settembre scorso alla Fundación Mapfre a Barcellona. E non posso non ricordare maestri come Leopoldo Pomés, Oriol Maspons, attivo anche nella pubblicità, o Ferran Freixa, per avvicinarci ai nostri giorni, con una riflessione sulla materia della fotografia, ombra e luce, forma, presenze, memoria, resistenza al tempo, studiate attraverso una straordinaria meditazione sulle tavole apparecchiate.

E poi nella nostra collezione abbiamo anche un outsider, Jacques Léonard, francese; storico il suo reportage sulla comunità Rom, ma sua moglie era gitana, Rosario Amaya, cugina di Carmen Amaya, ed è questa intimità sentimentale e culturale che gli ha permesso di essere dentro e realizzare immagini davvero memorabili». Intimità, parola magica, anzi la parola attorno alla quale costruire questa collezione così originale. Intimi e intensi, e aggiungiamo indispensabili, sono anche due artisti di immenso talento come Ramón Masats, massimo interprete della Spagna anni Cinquanta e Sessanta, dotato di una modernità compositiva esemplare, e Txema Yeste, più giovane, nato a Barcellona nel 1972, formazione internazionale, fotogiornalista prima, quindi fotografo di moda originalissimo e autore di una travolgente ricerca sui costumi nazionali spagnoli, dal titolo Folk Pride.

Dove trovare questi maestri? In una delle più eleganti e autorevoli gallerie iberiche, la Galeria Alta fondata nel 2021 da Pancho Saula e Michelle Ferrara e aperta ad Anyós, Andorra, a 1.342 metri di altezza, e solo per la bellezza del paesaggio la visita vale un viaggio. Anche Enrica Viganò, critica e curatrice indipendente, sua la galleria Admira, milanese con orizzonte internazionale, ha iniziato a viaggiare presto in Spagna, fin dalla prima edizione di PhotoEspaña nel 1998. Da allora, accanto a collaborazioni anche qui davvero intime come quella con Duane Michals, Enrica ha scelto di presentare autori come Chema Madoz, interprete del più inesauribile surrealismo, e Isabel Muñoz, originaria di Barcellona e autrice di una storica ricerca sulla danza, naturalmente tango e flamenco. Un cosmo, la danza, quasi un universo parallelo, come parallelo è il mondo che crea la fotografia, vero e falso, materico e pura illusione, ma di illusioni ci nutriamo, fino a intossicarci, fino a non poterne più fare a meno. Del resto chi vorrebbe rinunciare ad avere in collezione un’opera-tesi, un’opera-provocazione di Joan Fontcuberta, nato a Barcellona nel 1955, fotografo, docente, saggista, curatore e scrittore in una vorticosa costellazione di ruoli? Un salto alla galleria Cartacea di Bergamo, ed è già la sorprendente The Milky Way, là dove stelle e galassie rivelano, a sorpresa, la natura più ambigua della materia fotografica, visto che quella strana Via Lattea è in realtà muffa su negativo.

Tenere le immagini vicine è bello, e pochi saprebbero rinunciare a questo piacere. Sicuramente non Outumuro, anche lui rappresentato dalla Fundación Photographic Social Vision (insieme hanno realizzato il libro O anxo que nunca fun), e il finale di questo viaggio spetta a lui, non solo perché lo ha aperto, ma perché il ricordo più forte è il suo. Manolo è cresciuto in Galizia, allevato dai nonni, con genitori emigrati in Venezuela. Sopra il letto del figlio, il ritratto del padre e della madre, divinità del bene e dell’amore. Ogni tanto da così lontano arrivava una lettera e Manuel bambino, trattenendo la busta tra le dita e piegandola con delicatezza, capiva se insieme al foglio di carta c’era anche una fotografia. Un volto, un corpo, l’idea di abbraccio, la speranza di rivedersi un giorno. Por Favor, Fotografía.

 

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