Investitori attenti alla diversificazione ma con poca disciplina

Il Vanguard Digital Investor Study mostra una crescente attenzione alle soluzioni tecnologiche con richiesta di supporto comportamentale

L’evoluzione dell’investimento autonomo in Italia sta evidenziando un’apertura crescente verso soluzioni tecnologiche avanzate, con il 58% degli investitori digitali che dichiara di fidarsi di strumenti basati su intelligenza artificiale e chatbot per l’orientamento finanziario, affiancato da un 70% che apprezzerebbe notifiche e messaggi automatici di supporto comportamentale per orientarsi durante le fasi di accentuata volatilità sui mercati.

Tuttavia, la spinta all’automazione non annulla l’importanza della componente umana: il 52% degli intervistati per il Vanguard Digital Investor Study condotto su un campione di 2.014 investitori italiani fai-da-te che utilizzano piattaforme digitali (di età compresa tra 18 e 78 anni, con il 59% di uomini e il 40% di donne), evidenzia come la possibilità di consultare un consulente finanziario anche soltanto una o due volte all’anno incrementerebbe significativamente la propria soddisfazione, dimostrando che la rinuncia ai servizi di consulenza tradizionale — motivata per il 46,8% dai costi ritenuti troppo elevati rispetto al valore ricevuto e per il 51,3% dalla sicurezza di poter decidere in autonomia — stia guidando l’interesse verso un modello di servizio ibrido.

Questa trasformazione vede come protagonisti principali i Millennial, che rappresentano il 60,6% del campione complessivo degli investitori digitali fai-da-te italiani (affiancati dal 19,1% appartenente alla Gen Z, dal 16,7% della Gen X e dal 3,7% dei Baby Boomer). Per questa platea demografica, il piano di accumulo (Pac) in Etf si attesta come lo strumento preferito: ben il 69% degli investitori si dichiara intenzionato ad avviarne uno nei prossimi 12-24 mesi, una percentuale che sale fino al 72,7% tra i Millennial, rispondendo all’esigenza di superare la ridotta frequenza attuale che vede soltanto il 36% impegnato in versamenti mensili costanti sui prodotti già in portafoglio.

Più in generale, i dati emersi dal Vanguard Digital Investor Study, delineano un quadro di forte autoconsapevolezza teorica cui si contrappongono marcate sfide operative. Sebbene il 63% degli intervistati ritenga di possedere conoscenze adeguate sui prodotti di investimento per conseguire i propri traguardi, soltanto il 33,6% dispone di un’asset allocation strategica di lungo periodo chiaramente definita, mentre il 49% ne possiede un’idea soltanto generale e il 13,6% non adotta alcun piano strutturato.

A fronte di una prevalente visione di lungo termine — con l’84% che fissa un obiettivo specifico e il 66% che dichiara un orizzonte temporale superiore a 5 anni — il motivo guida principale resta la pura crescita del patrimonio senza un traguardo prefissato (34,9%), seguita dalle finalità previdenziali (21,4%), mentre il 43% degli investitori si dice disposto ad assumere rischi maggiori pur di far crescere il capitale.

Pur in presenza di una condivisione pressoché corale del principio della diversificazione, ritenuto fondamentale dal 79% del campione, la gestione pratica dei portafogli tradisce una marcata reattività alle fluttuazioni di breve termine: il 43% acquista nuovi prodotti con cadenza almeno trimestrale e il 65% effettua vendite almeno una o due volte all’anno. Le decisioni [...]

Continua a leggere su: Il Sole 24 Ore

Articoli correlati