
In cinque mesi di conflitto il presidente Usa ha minacciato quattro volte la soluzione finale contro Teheran. Salvo tornare a negoziare
Questa carta se l’è già giocata, in cinque mesi di guerra. E non una volta sola. Donald Trump agita l’escalation imminente, la punizione esemplare, l’«arma fine di mondo» contro l’Iran, per per poi fare inversione a «u» e provare a tornare al tavolo dei negoziati.
In fondo funziona sempre allo stesso modo: si parte con un cupo avvertimento a Teheran, secondo cui il presidente Usa sarebbe sul punto di ordinare alle forze statunitensi di «distruggere» le sue centrali elettriche o impadronirsi di parti chiave della sua industria petrolifera se i suoi leader non accettassero rapidamente le condizioni americane per porre fine alla guerra. Si conclude con lui che fa marcia indietro con una dichiarazione dell’ultimo minuto, a volte su richiesta di questo o quell’alleato del Golfo, in cui afferma che concederà più tempo alla diplomazia.
La strategia del pugno di ferro – che «The Donald» ha affinato negli anni da palazzinaro a New York, alla corte di Roy Cohn, l’avvocato più spregiudicato della Grande Mela – punta a smuovere le trattative attraverso la pressione e il caos. C’è molto del bluff. Rischi compresi, perché alla fine il problema del bluff è sempre che qualcuno te lo viene a vedere. Un po’ come ha imparato a fare la teocrazia iraniana.
L’ultimo episodio è iniziato venerdì, quando Trump, circondato dal suo gabinetto, ha dichiarato con aria cupa che stava «perdendo fiducia» nei negoziati con l’Iran e ha avvertito che l’esercito statunitense li avrebbe «colpiti molto duramente».
Poche ore dopo, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha alimentato le speculazioni a Washington – e in tutto il mondo – con una dichiarazione minacciosa in cui affermava che «l’Iran continuerà a pagare finché non si siederà al tavolo delle trattative in modo, secondo il presidente Trump, significativo».
Ma nella tarda serata di sabato, Trump ha dichiarato sui social media che c’erano segnali di progresso verso il raggiungimento di un accordo e che avrebbe sospeso, per il momento, il piano di sferrare nuovi attacchi su larga scala.
Il giorno successivo Trump ha sottolineato che le richieste di concedere più tempo alla diplomazia, avanzate da funzionari iraniani anonimi e dai leader degli alleati del Golfo – Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi – sono state determinanti per il suo cambiamento di rotta. «Sarebbe stato disastroso per loro. E non volevano che lo facessimo», ha detto l’inquilino della Casa Bianca.
Nel corso del conflitto ci sono stati diversi momenti in cui Trump ha dimostrato la sua propensione alla bellicosità per poi fare marcia indietro all’ultimo minuto, pur dichiarando che le sue minacce avessero stimolato i progressi.
All’inizio di aprile, gli Stati Uniti e l’Iran hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane in un annuncio giunto meno di due ore prima della scadenza che Trump aveva fissato affinché Teheran capitolasse o subisse attacchi a ponti e centrali elettriche. Attacchi che, secondo lui, avrebbero significato «la morte di un’intera civiltà».
Dopo giorni di minacce feroci contro l’Iran, Trump il 18 maggio ha annunciato che avrebbe sospeso un importante attacco militare già pianificato perché erano in corso «trattative serie», attribuendo agli alleati del Golfo il merito di averlo convinto a dare prova di moderazione.
Poi, a giugno, Trump ha minacciato di colpire l’Iran «molto duramente» e di impadronirsi della base energetica iraniana sull’isola di Kharg per «assumere il controllo totale dei loro mercati del petrolio e del gas», come ha scritto sui social media, salvo poi annullare gli attacchi in un post successivo dopo aver affermato che i negoziati di pace avevano registrato progressi con i leader iraniani di alto livello.
Ciò che il presidente ha tralasciato di dire è che un’impresa del genere avrebbe richiesto l’invio di truppe statunitensi sul terreno in Iran. Una proposta politicamente rischiosa per un presidente che ha basato la propria campagna elettorale sull’evitare coinvolgimenti all’estero e ha criticato le amministrazioni precedenti per essersi impantanate in guerre senza fine.
Con questo ultimo episodio, il quarto dall’inizio della guerra, Trump ha fatto capire che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman abbia svolto un ruolo particolarmente importante nel convincerlo a non intensificare il conflitto. Lo sceicco ha fatto presente che un’escalation dei combattimenti potrebbe avere gravi ripercussioni sull’economia globale se Teheran rispondesse a un nuovo bombardamento statunitense prendendo di mira alcuni degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo.
Mettici dentro che a novembre ci saranno le elezioni Midterm e che, secondo un sontaggio Ap, circa due terzi degli adulti statunitensi ritengono nella guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, il gioco non sia valso la proverbiale candela. E allora avanti col bluff, finché regge. O sembra reggere.
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