Iran, le basi Usa a rischio in Europa: da Bulgaria a Cipro fino all’Italia

Secondo il Financial Times, Teheran valuta possibili attacchi contro obiettivi militari statunitensi in Europa in caso di escalation. Le installazioni nel sud-est del continente sono le più esposte, mentre raggiungere quelle in Italia richiederebbe missili a maggiore gittata

La minaccia iraniana potrebbe non fermarsi al Medio Oriente. Se Donald Trump decidesse di intensificare la guerra e colpire le infrastrutture della Repubblica islamica, Teheran starebbe valutando possibili attacchi contro obiettivi militari statunitensi anche in Europa. A rivelarlo è il Financial Times, che cita fonti vicine al regime iraniano e indica soprattutto il sud-est del continente, con Bulgaria e Cipro tra le aree prese in considerazione per un’eventuale rappresaglia.

Non tutte le basi americane, però, sono esposte allo stesso modo. A fare la differenza è in particolare la distanza dall’Iran e, quindi, la gittata dei missili a disposizione di Teheran. Secondo il Council on Foreign Relations, la Repubblica islamica possiede il più vasto arsenale di missili balistici del Medio Oriente. I suoi sistemi a maggiore gittata sono generalmente accreditati di una portata intorno ai 2.000 chilometri, forse anche superiore, abbastanza per raggiungere parti dell’Europa sudorientale e del Mediterraneo orientale, ma non per mettere automaticamente nel raggio d’azione tutte le installazioni statunitensi sul continente.

Tra gli avamposti più esposti c’è Bezmer, in Bulgaria, base aerea utilizzata anche a sostegno delle operazioni dei velivoli cisterna americani. Più a sud, nel Mediterraneo orientale, riveste un’importanza particolare RAF Akrotiri, la grande installazione britannica a Cipro, snodo strategico per le attività di intelligence e ricognizione e per le operazioni verso il Medio Oriente.

Akrotiri è già finita direttamente nel conflitto. A marzo la base è stata colpita da un drone Shahed di fabbricazione iraniana, senza provocare vittime e con danni limitati. Secondo funzionari britannici e ciprioti citati da Reuters, il velivolo era stato probabilmente lanciato da Hezbollah dal Libano. Successivamente, anche il governo britannico ha fatto riferimento all’attacco compiuto da un drone riconducibile a un proxy iraniano.

L’episodio era arrivato mentre Londra e Washington discutevano proprio dell’utilizzo delle installazioni britanniche. Il premier Keir Starmer aveva inizialmente escluso l’uso delle basi del Regno Unito per gli attacchi offensivi americani contro l’Iran. Londra aveva poi autorizzato Washington a utilizzarle per uno scopo definito dal governo britannico «specifico e limitato»: colpire missili iraniani nei depositi o nei siti di lancio per impedire nuovi attacchi nella regione. Trump aveva criticato la posizione britannica, sostenendo che l’apertura fosse arrivata troppo tardi. Il governo di Londra ha inoltre precisato che il drone diretto contro Akrotiri era stato lanciato prima dell’annuncio della decisione.

La rete strategica occidentale nella regione è però molto più ampia. A Creta c’è Souda Bay, importante punto d’appoggio per la Sesta Flotta americana nel Mediterraneo. In Turchia si trova Incirlik, una delle principali basi utilizzate dalla Us Air Force nell’area. In Romania, a Deveselu, è operativo invece Aegis Ashore, la componente terrestre del sistema di difesa antimissile della Nato, equipaggiata con intercettori SM-3 progettati per contrastare missili balistici provenienti anche dal Medio Oriente.

È questa rete di basi aeree e navali, centri logistici e sistemi di difesa a consentire agli Stati Uniti di sostenere le proprie operazioni tra Europa meridionale, Mediterraneo e Medio Oriente. Ed è soprattutto la sua porzione più orientale a trovarsi potenzialmente alla portata dell’arsenale iraniano.

Per colpire obiettivi nel sud-est europeo, Teheran potrebbe infatti fare affidamento su missili balistici a medio raggio come Emad e Sejjil-2, ai quali vengono attribuite gittate vicine ai 2.000 chilometri, oltre che su missili da crociera come il Paveh. L’Iran dispone inoltre di droni a lungo raggio: secondo il Council on Foreign Relations, gli Shahed-136 possono raggiungere distanze fino a circa 2.000 chilometri, anche se hanno caratteristiche operative molto diverse rispetto ai missili balistici.

Diverso il discorso per l’Italia. Le principali installazioni americane nel nostro Paese si trovano indicativamente tra 2.400 e 3.000 chilometri dall’Iran nord-occidentale e sono quindi oltre la gittata normalmente attribuita ai principali missili iraniani a medio raggio. Tra queste ci sono Sigonella, in Sicilia, fondamentale per le attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione, Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, importante hub della Us Air Force, e le strutture dell’esercito americano a Vicenza.

Per minacciare direttamente questi obiettivi, l’Iran dovrebbe quindi disporre di sistemi capaci di superare in maniera affidabile la soglia dei 2.000 chilometri. Una possibilità è il Khorramshahr, al quale alcune valutazioni attribuiscono, con una testata alleggerita, una gittata potenziale nell’ordine dei 2.500-3.000 chilometri.

È però proprio su queste distanze che aumentano le incognite. Le capacità iraniane sono molto meno documentate rispetto a quelle dei vettori destinati a colpire obiettivi in Medio Oriente e nel sud-est europeo e non esistono dati pubblici affidabili sul numero di missili effettivamente disponibili e in grado di operare a simili distanze.

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