
Quando i servizi digitali puntano a colmare il gap tra domanda di assistenza e offerta di lavoro domestico
Ormai lo sappiamo: l’Italia è tra i paesi più anziani al mondo. Gli over 65 rappresentano oggi oltre il 24% della popolazione e, secondo le proiezioni Istat, supereranno il 34% entro il 2050, con una crescita ancora più marcata tra gli ultraottantenni, la cui incidenza è destinata a raddoppiare – dal 7,6% al 13,6% – nei prossimi decenni. Chi li cura e li curerà? La risposta più diffusa a questa necessità è il ricorso alla badante privata: si stima che in Italia lavorino circa un milione di assistenti familiari, in larga parte stranieri.
A fronte di una domanda crescente, l’offerta regolare si restringe. I lavoratori domestici con almeno un contributo versato all’Inps sono scesi a circa 804mila unità negli ultimi anni, circa 173mila in meno rispetto al picco del 2021, mentre il rapporto Family (Net) Work di Censis, promosso da Assindatcolf, calcola appena 8,5 badanti ogni 100 persone sole con più di 60 anni. È dentro questa forbice – più bisogno, meno personale regolare, welfare pubblico per la non autosufficienza cronicamente sottofinanziato – che negli ultimi mesi si sono moltiplicate le piattaforme digitali pensate per accorciare i tempi dell’incontro tra domanda e offerta, ognuna con una filosofia di business diversa.
Il caso più recente è Lebadanti.it, piattaforma fondata da Valerio Carboni. Nato nel 2019 come semplice bacheca annunci, a luglio ha rilanciato online una versione strutturata del servizio. Il modello sceglie il pagamento a consumo: iscrizione gratuita per entrambe le parti, ma un credito – a partire da 9 euro – per ogni contatto avviato, con rimborso automatico se la badante non risponde entro 36 ore. «Abbiamo scelto di far pagare il contatto, non la semplice possibilità di cercare», ha spiegato Carboni. Il confronto che la stessa azienda propone è con il costo medio di un’agenzia tradizionale, stimato attorno ai 500 euro per la ricerca e selezione, e con tempi di attesa che [...]

