
Pesano guerra e inflazione, il tycoon difende l’attacco contro l’Iran, ma i report dei comandanti militari ottenuti da Vance alimentano i dubbi
«Sapete cosa succede se non votate? Andrete all’inferno, you go to hell!». Donald Trump ha concluso così il suo lungo appello agli elettori dalla convention repubblicana di Dallas, in Texas. Una platea di convinti sostenitori lo ha accompagnato in un giuramento di fedeltà e di mobilitazione in vista delle elezioni di Midterm.
«Alzate la mano destra e ripetete con me», ha detto Trump al culmine di un lungo intervento, tra palloncini rossi, blu, bianchi e dorati. E la folla Maga lo ha assecondato, ripetendo le sue parole: «Prometto al più grande presidente della storia degli Stati Uniti, che ci ama così tanto da non riuscire nemmeno a respirare, che andrò con la mia famiglia, i miei amici, lo farò – così è proseguita la litania di chiamata e risposta – in qualsiasi modo, non mi interessa se sono registrato o meno, cercherò di imbrogliare come un matto, proprio come fanno loro. Uscirò, prenderò i miei amici, la mia famiglia, e andremo a votare il 3 novembre».
Il voto di metà mandato sarà inevitabilmente un referendum sull’azione del presidente. E nonostante i dubbi di diversi candidati repubblicani, Trump a Dallas ha messo se stesso davanti a tutto, arrivando a chiedere agli elettori di fare «come se sulle tessere elettorali ci fosse il mio nome». Ma il tasso di gradimento per l’azione del presidente è sceso ai minimi del suo secondo mandato, appena sopra al 30%. E i repubblicani rischiano di perdere la maggioranza alla Camera e forse anche al Senato.
Nel Midterm Trump si gioca molto. Per questo oltre ad attaccare «i democratici comunisti pericolosi per il Paese», ha rilanciato la promessa di dare «5mila dollari a ogni americano» se vincerà le elezioni mantenendo il controllo del Congresso.
La guerra in Iran (decisa assieme a Israele) sta complicando la campagna del presidente. L’aumento dei prezzi della benzina e del diesel, ma anche quello dei generi alimentari e di prima necessità, mette in difficoltà le famiglie americane, provoca malumori diffusi anche negli Stati decisivi, e potrebbe fare crescere il voto contro l’amministrazione. Ma Trump insiste nel difendere la scelta di attaccare il regime di Teheran, scatenando un conflitto che doveva durare pochi giorni e che invece si trascina ormai da quasi sette mesi. «Non mi pento della guerra in Iran, non credo nella parola rimpianto. Ci si può sempre interrogare un po’ su se stessi. Ma Se dovessi decidere ora, agirei esattamente come ho fatto», ha dichiarato in un’intervista a Fox News.
E anche sulla guerra, dal palco di Dallas come sui canali delle tv amiche, è tornato a proporre la sua visione: «Abbiamo vinto, stiamo mantenendo le promesse, gli americani non sono demoralizzati, anzi sono molto orgogliosi che io abbia impedito all’Iran di dotarsi di armi nucleari», ha detto Trump, aggiungendo che «il conflitto finirà subito dopo le elezioni».
E anche il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, nelle commemorazioni al Pentagono delle vittime degli attentati dell’11 settembre 2001, ha difeso i raid sull’Iran. «Abbiamo messo in ginocchio lo Stato che più sostiene il terrorismo al mondo, una teocrazia islamica, un regime che da quasi mezzo secolo – ha detto Hegseth – invoca la nostra morte: ora porteremo a termine questa battaglia».
«Charlie odiava la guerra», ha invece affermato a Dallas il vicepresidente JD Vance ricordando l’attivista dell’ultradestra Charlie Kirk, a un anno dal suo assassinio. Vance è uscito dalla convention texana con l’investitura di Trump, osannato dal popolo Maga come prossimo leader anche per le sue teorie isolazioniste, mentre crescono i dubbi sul coinvolgimento degli Usa nella guerra. Lo stesso Vance – come riporta il New York Times – nei mesi scorsi avrebbe contattato direttamente i comandanti militari Usa, riscontrando forti preoccupazioni sulla strategia militare e sulle capacità degli Stati Uniti di sostenere il conflitto. Vance avrebbe poi riferito queste valutazioni nei colloqui con Trump, senza tuttavia riuscire ad attenuare la retorica di guerra del presidente.
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