La finanza globale investe sulle fiere. E l’Italia (per ora) resta a guardare

In 8 settimane allocati più capitali che negli ultimi 8 anni. Il sistema italiano, legato ai territori, studia come intercettare questo trend

E pensare che, durante il Covid e nel periodo immediatamente successivo, lo davano per morto. Economicamente in ginocchio, precocemente invecchiato e surclassato dalle nuove tecnologie, che avrebbero permesso di gestire il business e vivere qualunque esperienza da remoto, facendo risparmiare tempo e denaro alle aziende e alle persone.

Invece, a distanza di 5-6 anni, il sistema fieristico è più in salute che mai e, in Italia, ha continuato a crescere anche nei primi sei mesi dell’anno, nonostante le turbolenze geopolitiche internazionali, mettendo a segno ulteriori incrementi rispetto ai risultati record de 2025 quando (secondo i dati di Prometeia-Aefi) il fatturato delle imprese ha raggiunto i 2,1 miliardi di euro, in aumento del 10% rispetto al 2024 e, in termini reali al netto dell’inflazione cumulata, del 35% rispetto al 2019.

Non solo: proprio quelle tecnologie (in particolare l’intelligenza artificiale) che sembravano minacciare il business delle fiere e, più in generale, degli eventi dal vivo, si stanno rivelando un motore di crescita per il settore, sia come strumento per rafforzare i servizi e valorizzare l’offerta, sia perché, paradossalmente, l’IA spinge le persone a desiderare e a spendere per partecipare a eventi dal vivo, di natura business o leisure.

Ad accorgersene per primi, fiutando l’affare, sono stati i grandi investitori internazionali, seguiti da alcuni tra i più grandi media finanziari internazionali (dal Wall Street Journal al Financial Times), che raramente in passato si sono occupati di questo settore. Nell’arco di appena otto settimane, tra maggio e giugno scorso, sono stati venduti quattro dei dieci maggiori gruppi fieristici al mondo (escluse le fiere tedesche): i britannici CloserStill e Hyve e gli americani Group Emerald e Questex. Tre operazioni in particolare, con valore tra 1,5 e 1,8 miliardi di dollari, sono tra le quattro più grandi transazioni di private equity mai avvenute nella storia dell’industria fieristica. In sostanza, osserva il ceo di Italian Exhibition Group Corrado Peraboni, commentando questi numeri, «In pochi mesi si è mosso più capitale che negli ultimi otto anni in termini di M&A». Siamo di fronte a una concentrazione senza precedenti nel settore e, pertanto, «il tema delle dimensioni inizia a essere critico non solo per noi italiani, ma anche per i tedeschi che, sebbene abbiano gruppi con dimensioni superiori, stanno cercando anche loro una risposta a questo fenomeno».

Al momento, infatti, Italia e Germania (che pure vantano rispettivamente il quarto e il terzo sistema fieristico a livello mondiale per volumi e numero di visitatori) stanno a guardare. È importante precisare infatti che le operazioni sopra citate riguardano colossi Usa e Uk attivi nell’organizzazione di fiere ed eventi B2B e questo spiega come mai, Italia e Germania siano escluse da questi movimenti: entrambi i Paesi hanno, infatti, «un’industria fieristica fondata principalmente sul business dei quartieri e delle associazioni industriali che, quindi, hanno come priorità la promozione del territorio e delle imprese dei propri comparti produttivi», osserva Francesca Golfetto, professoressa di market strategy all’Università Bocconi ed esperta del mondo fieristico. «È difficile – osserva la docente – che le società italiane, quartieri o associazioni che siano, decidano di vendere o aprire a capitali esteri».

Tuttavia, la necessità di grandi capitali c’è, ammette la stessa Golfetto. Perché [...]

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