
L’istituzione si rinnova integrando arte, architettura e natura. Grazie allo sforzo decennale dei fondatori, dei donatori, della città e del Cantone
La Fondazione Beyeler di Basilea, uno dei musei più ammirati al mondo, ha inaugurato sabato 26 settembre, un ampliamento spaziale e concettuale del proprio ensemble. Tre nuovi edifici, progettati dall’architetto di Basilea Peter Zumthor, vanno ad integrare quello di Renzo Piano, realizzato nel 1997, aggiungendo nuovi spazi espositivi per la collezione e per le mostre temporanee, nuovi uffici per i dipendenti del museo e un auditorium per concerti. Inoltre, sono stati ricavati nuovi ambienti negli edifici storici preesistenti, creando una sala ascolto per la musica, una serra e un atelier per workshop. L’acquisto dei terreni, la costruzione degli edifici e la gestione dei primi anni hanno richiesto l’investimento di 120 milioni di franchi, finanziati interamente grazie a fondi privati, e quasi dieci anni di lavori, con due anni di ritardo nella consegna dovuti al Covid.
Ma non si tratta solamente di un allargamento degli spazi fisici per una collezione che è passata da 180 a 400 opere e un pubblico che è aumentato da un’aspettativa di 100 mila a più di 500 mila persone, bensì di un aggiornamento dell’idea del museo e delle sue funzioni nel presente. Il nuovo complesso, infatti, concepisce il museo non solo come un luogo per ammirare le opere d’arte, ma anche per passeggiare, ascoltare la musica, leggere un libro, contemplare la natura, in un ambiente in cui arte, architettura e natura si integrano l’una nell’altra. Un luogo da vivere. “Parto dalla mia esperienza personale” racconta il direttore Sam Keller, ex direttore di Art Basel, da 18 anni a capo dalla Fondazione. “Quando vado a visitare un museo voglio trascorrere molto ore ad ammirare l’arte, ma nel frattempo voglio fare due passi, riposarmi, mangiare o bere qualcosa, leggere i messaggi. Dobbiamo considerare le persone come esseri umani e non solo come visitatori del museo”.
A parte gli spazi adibiti alle mostre, l’accesso a tutta l’area della Fondazione non richiede il pagamento di un biglietto. L’auditorium, che di sera è funzionale ai concerti e agli incontri, di giorno diventa un salotto dall’atmosfera accogliente per leggere, lavorare, sostare. Il laboratorio per workshop è accessibile liberamente e c’è materiale per laboratori “fai da te” per le famiglie. Nella sala ascolto ci sono comodi divani, un impianto audio di alta qualità e una collezione di duemila dischi e cover d’artista che la Fondazione ha acquistato ad hoc. Nell’Orangerie, la designer India Mahdavi è stata chiamata a progettare una piccola serra con specie vegetali resistenti al cambiamento climatico e un negozio per la vendita di piante, vasi e libri sull’argomento.
L’esposizione che apre i nuovi spazi è un allestimento della collezione, ma niente è permanente nel nuovo museo: nei prossimi mesi le opere saranno sostituite anche seguendo il cambio delle stagioni. Il nuovo edificio espositivo si chiama Wyss Museum in onore di Hansjörg Wyss, presidente della Beyeler-Stiftung – che sta dietro alla Fondation Beyeler – e sostenitore principale del nuovo edificio, costruito secondo un disegno che rispetta gli alberi secolari, senza corridoi e con una terrazza costruita per uscire a sentire il contatto con l’ambiente esterno.
Già negli anni ’90, Renzo Piano era stato scelto anche perché architetto del Centre Pompidou, il museo che più di tutti aveva rappresentato l’idea di democratizzazione delle istituzioni d’arte contemporanea. Oggi l’ingresso del nuovo edificio adibito all’arte della Beyeler invita i visitatori ad entrare e offre il godimento delle prime opere senza il pagamento del biglietto: “La maggior parte dei musei non hanno l’arte nel foyer – così Sam Keller, – hanno la biglietteria, i negozi, i bagni, il guardaroba. Noi vogliamo che la prima cosa che incontrino sia l’arte.” E allora ecco che Wolfgang Tillmans – un artista che alla Beyeler è ampliamente presente – dialoga con una scultura di Charles Ray, dieci “cilindri” di Roni Horn (entrambe nuove acquisizioni) e con il grande trittico delle ninfee di Monet, l’opera intorno alla quale è nato il primo edificio. “Non è detto che non torni lì – ha affermato Keller – niente è definitivo. È un po’ la prova decisiva per capire se l’edificio funziona e poi ci porterà fortuna, come all’altro edificio!”
Le opere del piano terra dialogano con l’esterno, con la natura, lo stagno, gli alberi. “Vogliamo non solo mostrare i nuovi spazi, ma anche le nuove opere e i nuovi prestiti da parte di collezionisti, artisti e archivi. Sono più o meno la metà di quelle in mostra.” Molti dei lavori sono legati alle mostre che ci sono appena state o che sono in programma, come quella di Pierre Huyghe (la sua mostra ha appena chiuso), o di Otobong Nkanga (avrà una mostra nel prossimo futuro). Al piano di sopra, si passa dal paesaggio esteriore a quello interiore, con opere surrealiste di Arcimboldo, Max Ernst, Magritte (anche lui avrà una grande mostra tra un paio d’anni, le opere non sono della collezione Beyeler, ma in altre in prestito al museo), Balthus, in dialogo con contemporanei come Robert Gober e Thomas Schütte e una conversazione tra Calder e Miro.
Al terzo e ultimo piano, dove il soffitto è più alto e più vicino è il contatto con il cielo, ci sono opere astratte che esprimono l’illuminazione spirituale di artisti come Agnes Martin, Cy Twombly, Joan Mitchell e Barnett Newman. Alcuni di questi dialoghi ritornano nell’edificio di Renzo Piano, per esempio, quello tra Monet, Roni Horn e Tillmans, oltre a grandi classici della collezione, come Giacometti, Calder, Picasso.
Le mostre temporanee del primo anno saranno dedicate a Ruth Asawa, Frida Kahlo, Louise Bourgeois ed Elizabeth Peyton. “A chi mi chiede perché tutte donne” commenta Keller, “rispondo che non mi farebbero la stessa domanda se fossero solo uomini. Per l’arte del passato non è possibile cambiare gli equilibri, ma ora viviamo nel XXI secolo ed è naturale dedicare tanto spazio alle donne quanto agli uomini.”
Tanto importante quanto l’arte all’interno del museo è il giardino circostante, che pure è molto più esteso di prima. Il museo ha ora anche una curatrice botanica, che cura le specie vegetali e animali presenti. Pure le sculture esterne sono aumentate di numero: sul tetto del Wyss Museum ce n’è una di Maurizio Cattelan, un bambino che suona un tamburo (è un prestito dell’artista), che agisce come elemento “disturbante”. Poi, una monumentale “Maman” di Louise Burgeois, la più grande che abbia mai fatto, si inserisce perfettamente nella parte più “dionisiaca” del nuovo giardino, come la definisce Sam Keller. Nella stessa sezione del parco c’è la scultura di Pierre Huyghe “Exomin (Deep Water)”, una donna rannicchiata, la cui testa è ricoperta da un alveare che in primavera e in estate ospita api vere, e una grande scultura di Rachel Whiteread che rappresenta gli spazi negativi di una casetta. Infine, la giapponese Fujiko Nakaya ha realizzato una delle sue note installazioni con la nebbia, ma la rarità è che qui sarà permanente, mentre di solito è difficile che lo sia.
Oltre a Hansjörg Wyss, fondatore dell’impresa biomedica Synthes Holding AG, ci sono stati altri generosi donatori – molti anonimi – tra cui la Thomas e Doris Ammann Stiftung (a loro è intitolato l’auditorium e grazie a loro è possibile la gratuità dell’ingresso fino ai 25 anni, oltre che il programma di mediazione), e poi la Daros Collection di Stephan Schmidheiny, così come Dr. Christoph M. Müller e Sibylla M. Müller, che hanno reso possibile l’ampliamento del parco. Ulteriori donazioni sono state elargite dalla Ernst Göhner Stiftung, dalla Don Quixote Foundation di Rolly van Rappard e dal gruppo farmaceutico Novartis. Importante è stata anche la collaborazione della città e del Cantone. Uno sforzo corale per una fondazione già magnifica che ora passa ad un livello successivo.
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