La Lazio travolge anche la Juve. Spalletti e Allegri panchine a rischio

Finisce tra fischi impietosi dell’Allianz Stadium. Con i giocatori della Juve- le facce stravolte, gli occhi persi nel vuoto – che vagano per il campo come pecore smarrite non sapendo se andare sotto la curva a chiedere scusa ai tifosi inferociti o scappare subito negli spogliatoi.

È una Caporetto questo 3-0 che la Lazio infligge alla Juventus. Chissà in che lingua si parlano: i bianconeri in campo infatti sono tutti stranieri e Luciano Spalletti, il grande accusato, quello su cui pende la feroce spada della contestazione è rimasto in tribuna per squalifica dopo il litigio con il collega Pisacane a Cagliari. Uno scatto di nervi, disse il tecnico toscano. Adesso, dopo questo calvario, sembra più svuotato che arrabbiato. Come i suoi giocatori: vuoti a perdere, spenti, senza gioco né identità.

Chi ride è invece la Lazio di Gattuso che, vincendo anche a Torino (reti di Provstgaard, Isaksen e Dele-Bashiru) raggiunge l’Inter in testa alla classifica. Sembra uno scherzo, nessuno in agosto ci avrebbe scommesso un centesimo. Ma la realtà, anche nel calcio, supera quasi sempre la fantasia.

Rino Gattuso, detto “Ringhio”, per i suoi modi burberi (eufemismo) ora viene omaggiato da tutti, anche da quelli che, fino a qualche settimana fa, sbertucciandolo, lo consideravano solo un “motivatore”, uno che serve a dare la scossa ma non a inventar schemi e gioco. Con il buco nero della Nazionale, poi, da farsi perdonare, come anche Luciano Spalletti: solo che ora Gattuso, con questa Lazio che galoppa, sta venendo fuori dalla sua bolla di penitenza. Mentre Luciano dopo un anno di Juventus, è di nuovo al punto di partenza. Come nel gioco dell’oca. Alla settima giornata Spalletti ha un punto in meno di quella di Tudor, scacciato per inadeguatezza, come prima fu congedato Thiago Motta.

Difficile capire nel groviglio chi ha più colpe. Se la società, con questa dispendiosa giostra di mezzi campioni senza anima e senza gol, o lo stesso Spalletti che pure avrà avallato le scelte di una dirigenza che sembra più confusa di Kolo Muani e Woltemade. Si vedrà a breve. Certo anche gli atteggiamenti del tecnico, con suoi scatti e le sue dichiarazioni sibilline, non aiutano a migliorare una situazione molto difficile. Non tanto per la posizione (ottavo posto a 11 punti da Lazio e Inter) quanto per l’assenza di prospettive credibili, di un valido progetto di rilancio a parte il rientro dei numerosi infortunati. In un calcio isterico come il nostro, che ha sempre bisogno di una testa da tagliare per uscire dall’angolo, Spalletti rischia grosso perché alle sue spalle aleggia il fantasma, per nulla trasparente, di Antonio Conte che, detto per inciso, ha lasciato ad Allegri un Napoli completamente consumato.

La sconfitta con il Venezia (1-0) ha fatto infatti deflagrare tutti i malumori che stagnavano sotto il Vesuvio. Nel mirino c’è naturalmente la gestione in rosso di Allegri, con 5 sconfitte nelle prime gare tra A e Champions. Napoli non lo ama e le sue argomentazioni difensive (“Abbiamo prodotto tanto senza però segnare, ora bisogna sola lavorare” ) lasciano il tempo che trovano. Non era proprio lui quello che sosteneva che prima di tutto conta il risultato?

Come per la dirigenza della Juventus, anche De Laurentiis comunque ha le sue colpe, per avergli dato un gruppo a fine corsa. Per adesso Allegri resta un ottimo parafulmine, ma il tempo stringe. Anche lui, come Spalletti, si trova in uno dei momenti più difficili della sua carriera. C’è un tempo per tutto. Stare sempre ai vertici brucia. Forse dovrebbero entrambi farsi qualche domanda e darsi qualche risposta.

Anche l’Inter, prima in classifica (insieme alla Lazio) con sei vittorie e un pareggio fa discutere. Una corazzata extralarge, quella di Chivu, che oscilla però tra giudizi iperbolici (“Inter di Ferro”, “qui comanda l’Inter”) e repentini ripensamenti appena in Europa, come è successo con Real Madrid e Bruges) cade in modo plateale [...]

Continua a leggere su: Il Sole 24 Ore

Articoli correlati