
L’esposizione londinese che comprende quadri, disegni, sculture, installazioni, performance, filmati e fotografie è visitabile fino al 17 gennaio
Chi non sa chi è Ana Mendieta e visita le sale della mostra a lei dedicata alla Tate Modern di Londra può facilmente pensare di trovarsi di fronte ad opere di un’artista contemporanea, perfettamente in linea con la sensibilità odierna su temi come l’ecologia, la rigenerazione, l’impermanenza e il rapporto degli esseri umani con la natura e l’ambiente.
La grande retrospettiva con oltre 150 opere dimostra quanto questa pioniera dell’arte, che ha lavorato negli anni Settanta e Ottanta, sia ancora pertinente e moderna. Nata all’Avana nel 1948, Mendieta era stata spedita negli Stati Uniti a 12 anni, con altre migliaia di bambini cubani mandati in esilio senza genitori o parenti grazie alla cosiddetta ‘Operazione Peter Pan’, un’iniziativa congiunta della Chiesa Cattolica e della Cia per “salvarli” dal comunismo. Questa devastante esperienza l’aveva segnata per la vita, privandola per sempre di un senso di appartenenza.
“Essendo stata strappata dalla mia patria durante l’adolescenza, la sensazione di essere stata espulsa dal grembo materno mi ha sopraffatto”, scrisse.
La sua patria era Cuba, il grembo materno era la natura. La sua arte era immersa nella natura, ispirata dalla natura e creata con elementi della natura. Dagli inizi all’Università dell’Iowa e poi dopo il trasferimento a New York, Mendieta ha usato piume e fiori, fango e legno, fuoco e cenere per creare le sue opere.
E’ stata un’artista organica e anche eclettica: la Tate mostra l’intera gamma multidisciplinare della sua opera, che comprende quadri e disegni, sculture e installazioni, performance e filmati, scritti e fotografie.
La sua opera più celebre è Siluetas, una serie di sagome, di solito del suo corpo, che Mendieta ha impresso su sabbia, neve, terra o foglie, che diventano parte stessa del paesaggio. Ha scolpito e modellato e utilizzato fiamme, polvere da sparo e fuochi d’artificio per delineare con il fuoco i contorni del suo corpo. In un filmato ha versato sangue sul suo corpo nudo e si è poi rotolata in un cumulo di piume bianche, riemergendo in piedi come una nuova creatura. In un altro filmato la sagoma del suo corpo sulla sabbia in riva al mare, delineata con vernice rossa, viene lentamente spazzata via dalle onde.
Le sue opere sono volutamente effimere e transitorie, ma lei le ha filmate e fotografate per farle diventare eterne. Ha realizzato oltre cento filmati in formati diversi, molti dei quali sono stati restaurati e masterizzati in forma digitale per la mostra alla Tate.
“La mia arte è radicata nella convinzione che ci sia un’unica energia universale che pervade ogni cosa”, scrisse, e lei si considerava il tramite, la catena di trasmissione tra energia e natura, tra universo e realtà umana.
Nel 1981 Mendieta riuscì a tornare a Cuba per la prima volta e lì creò le Esculturas Rupestres, forme primitive scolpite nella roccia, ispirandosi all’arte neolitica per inventare una civiltà perduta con tradizioni ancestrali, tracciando una linea ininterrotta tra l’arte del passato e del presente.
Pur tornata alla patria dove era nata, Mendieta non si sentiva “a casa” da nessuna parte, solo nella natura. “La mia arte nasce dalla rabbia e dal senso di estraneità e spaesamento”, scrisse.
Mendieta è morta nel 1985 a 36 anni, precipitando dal 34esimo piano di un palazzo nell’East Village a New York. Il marito, l’artista minimalista Carl Andre, fu accusato di omicidio e processato, ma nonostante gli indizi schiaccianti il giudice decise di assolverlo per mancanza di prove.
La mostra della Tate, seguita dalla nipote Raquel Cecilia Mendieta che cura l’archivio dell’artista, non fa cenno a questa controversa tragedia. E’ stata fatta una precisa scelta di non parlare della morte di Ana Mendieta, per inviare il messaggio che la sua morte non è stata la fine. La sua arte continua a vivere.
Ana Mendieta, fino al 17 gennaio 2027, Tate Modern, Londra
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