La mostra Nordic Table Design al MIC di Faenza racconta il percorso al femminile delle designer nordiche nella società del Novecento
La definizione delle donne come angeli del focolare suona oggi fuori tempo, fuori luogo in una cultura che ama definirsi sveglia e consapevole. Eppure, riconoscere che il loro ruolo centrale nella società – e oltre la società – sia partito proprio dalla dimensione domestica non è un arretramento culturale, ma il segno di uno sguardo davvero informato e maturo.
Le donne hanno rovesciato la tavola, come si dice, hanno ridefinito le regole, il costume, la funzionalità di una casa che non è dimensione minore ma solo modello in miniatura delle dinamiche di intere società.
La mostra Nordic Table Design. Una silenziosa rivoluzione femminile (1900-1970) al MIC di Faenza, infatti, mette in scena esattamente questo: un luogo, la cucina, e un palcoscenico, la tavola, intorno ai quali ruota tutto. Parlare di rivoluzione silenziosa non è solo storicamente corretto ma anche felicemente calzante. È una definizione che coglie nel segno, perché quel sottovoce rimanda a una dimensione domestica sì intima, ma non per questo meno coraggiosa o meno fondamentale. Proprio perché relegate agli spazi di casa, le donne hanno affinato nei secoli tecniche di sopravvivenza, sensibilità estetica, attitudine alla praticità, all’ordine, all’organizzazione – e persino al comando. Pentole e bicchieri, dunque come armi e strumenti di una rivoluzione che parte da dentro casa, forte proprio perché allenata nello spazio in cui le donne hanno accettato di essere confinate prima e di cui, infine, essere regine e registe.
In un lungo percorso, didattico in modo equilibrato, teche, mise en place, riproduzioni di ambienti domestici in cui gli oggetti di design sono opera e strumento insieme, bellezza delle forme, dei colori e sobria praticità. La ceramica naturalmente è sempre protagonista insieme a tessuti e metalli.
Il design nordico porta idee nuove, dalle pentole impilabili ai servizi di piatti dai colori fortissimi, introduce concetti moderni come l’ergonomia, la funzionalità, la compattezza. La cucina deve diventare a misura di donna e questo aspetto rende la visita piacevolmente liberatoria.
Corredata di testi, parole simbolo nelle diverse lingue nordiche, cartine geografiche che illustrano le differenze tra l’approccio tra regioni e designer, l’esposizione accompagna tra le molte forme espressive del design nordico, dall’hygge danese (intimità) al friluftsliv norvegese (vita all’aria aperta) all’equilibrio svedese, lagom.
La lunga tradizione scandinava in questo campo ha fatto sì che il design femminile nordico del Novecento venisse celebrato non solo per la sua estetica, ma come autentico strumento di battaglia sociale – naturale e spontanea, condotta con le armi a disposizione. Piatti, bicchieri, pentole e posate sono stati ripensati per essere più funzionali ed economici, senza mai sacrificare la bellezza, sperimentando materiali e forme nuove secondo il principio cardine del Movimento Moderno: la forma segue la funzione.
Per le donne scandinave, progettare oggetti per la casa è stata un’estensione naturale del proprio ruolo, ma anche un modo concreto per alleggerire il lavoro domestico: non solo una vita quotidiana più efficiente ed esteticamente appagante, ma un vero veicolo di modernizzazione sociale e di uguaglianza.
Già dalla fine dell’Ottocento, in Scandinavia si combattevano le battaglie per l’emancipazione femminile e la parità di genere. E benché la società restasse patriarcale, le donne scandinave godevano di libertà notevoli rispetto ad altre culture europee: potevano possedere proprietà, chiedere il divorzio, gestire la casa in piena autonomia.
L’esposizione del MIC vanta un legame speciale con la storia del museo. Tra il 1964 e il 1974 il Premio Faenza – Concorso Internazionale della Ceramica d’Arte ospitò una sezione dedicata al disegno industriale, alla quale parteciparono stabilmente numerose manifatture nordiche guidate da donne, ottenendo prestigiosi riconoscimenti: tra i nomi più noti, Grete Ronning, Marianne Westman, Rut Bryk e Hertha Bengtson.
Centotrenta pezzi in prestito da musei, archivi, collezioni private e aziende iconiche del Nord Europa, ai quali si aggiunge un pari numero di opere provenienti dai lasciti del Premio Faenza. Quarantacinque, tra designer, artiste e intellettuali scandinave, le protagoniste della mostra: da Aino Aalto a Estrid Ericson, da Nora Gulbrandsen a Marianne Westman, da Herta Bengtson a Ulla Procopè, fino a Grethe Meyer e molte altre ancora.
Il percorso si articola in otto sezioni cronologiche e tematiche, che raccontano come le donne, muovendo dalla tavola, abbiano ripensato e riscritto il vivere quotidiano, da Il Grande Nord – l’identità del design nordico e il profondo legame degli oggetti quotidiani con la natura attraverso La rivoluzione sulla tavola – l’ottimismo degli anni Cinquanta, l’introduzione del colore e delle linee per bambini, con le produzioni Kilta di Arabia e l’esperienza della factory al femminile Marimekko e La tavola come espressione dei cambiamenti sociali – gli anni Sessanta, l’ingresso stabile della donna nel mondo del lavoro e la nascita di oggetti versatili, capaci di passare rapidamente dal frigorifero al forno, fino al rinnovamento stilistico di Royal Copenhagen.
L’avvento del design democratico nordico ha contribuito, senza dubbio – e questa mostra ne è una dimostrazione ricca e dinamica – a una rivoluzione sociale silenziosa ma tutt’altro che superficiale: una trasformazione che, partendo dal gesto più quotidiano – apparecchiare una tavola – ha finito per ridisegnare i confini stessi del ruolo delle donne nella società del Novecento.
Nordic Table Design. Una Silenziosa Rivoluzione Femminile (1900-1970), MIC – Museo Internazionale della Ceramica, Faenza, fino al 10 gennaio 2027
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