La Traviata alla Scala, il prezzo della libertà

Violetta torna nello storico allestimento di Liliana Cavani. Dal mito di Callas alle 300 recite scaligere, una storia d’amore, sacrificio e libertà

«Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia». Eppure, libera, Violetta lo sarà per un tempo brevissimo. Forse è proprio qui che vive il sortilegio della Traviata: nella distanza dolorosa fra la libertà desiderata e la vita concessa, fra la luce delle feste e una solitudine che Verdi trasforma in musica. Dal 19 settembre al 15 ottobre 2026 La traviata torna al Teatro alla Scala nello storico allestimento di Liliana Cavani, con le scene del tre volte premio Oscar Dante Ferretti, i costumi di Gabriella Pescucci, le luci di Andrea Giretti e le coreografie di Micha van Hoecke. Sul podio Michele Gamba, nuovamente alle prese con Verdi dopo il Rigoletto scaligero del 2022.

Violetta, una donna dentro la società

Per Cavani questa è prima di tutto un’opera sociale. Verdi mette davanti al pubblico lo specchio di una società che conosceva bene. Violetta nasce povera, in un tempo che alle donne lasciava poche possibilità di scegliere il proprio destino. Intorno a lei uomini ricchi e potenti potevano concedersi libertà che lo stesso mondo trasformava, per una donna, in colpa e giudizio. Persino il titolo porta il segno di quella condanna: “traviata” indicava una donna uscita dalla via considerata retta. Violetta diventa allora una donna traviata soprattutto dal proprio destino. E la distanza dall’Ottocento si accorcia, perché certe disparità, sotto forme diverse, attraversano ancora il presente.

 Quando l’amore cambia le regole

Il mondo che la circonda vive di denaro e apparenza. Le relazioni seguono convenienze e posizioni sociali. Poi arriva Alfredo. L’amore autentico scompiglia un ordine che sembrava immutabile e Violetta scopre un sentimento capace di cambiarle lo sguardo sulla vita proprio mentre il suo destino si avvicina alla fine. Il sacrificio chiesto da Giorgio Germont riporta brutalmente nella loro storia il peso della società, lei rinuncia ad Alfredo e paga personalmente il prezzo della rispettabilità altrui. Anche lo spazio scenico racconta questa tensione. Il cortile, l’aria aperta, il desiderio di uscire dalle stanze diventano bisogno di respiro e libertà, mentre il Coro osserva e interagisce, quasi trasformando la società stessa in un personaggio.

Alle origini c’è La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio, con Marguerite Gautier, ispirata alla cortigiana realmente esistita Marie Duplessis. Nel passaggio al libretto di Francesco Maria Piave, Verdi imprime a Violetta una forza teatrale ancora più netta. Violetta ama, decide, rinuncia e, proprio quando la malattia la rende più fragile, acquista una grandezza che sovrasta il mondo che l’ha giudicata.

Quella di Liliana Cavani è ormai una pagina della storia del Piermarini. Nacque nel 1990 per volontà di Riccardo Muti, quando La traviata tornò alla Scala dopo ventisei anni di assenza: l’ultima produzione risaliva al 1964, con Herbert von Karajan, Mirella Freni e la regia di Franco Zeffirelli. Sulla storia scaligera del titolo continuava però a proiettarsi il mito delle leggendarie recite del 1955 e 1956 con Maria Callas, Luchino Visconti e Carlo Maria Giulini. E nacque, curiosamente, quasi per caso. Cavani racconta che tutto cominciò in una notte d’estate del 1989, su un motoscafo insieme al Maestro Muti e alla moglie Cristina. L’imbarcazione ebbe un incidente con un altro natante e, durante la lunga attesa, Muti le disse che avrebbe diretto La traviata alla Scala e le propose di firmarne la regia. Cavani conosceva appena l’opera, l’aveva vista una sola volta, da ragazzina a Carpi. Eppure, accettò. Un incontro in mezzo al mare all’origine di uno spettacolo destinato a restare.

Il 26 settembre La traviata toccherà complessivamente le 300 recite alla Scala, dal debutto milanese del 1859, mentre il 2 ottobre l’allestimento di Cavani raggiungerà la centesima rappresentazione. A raccogliere oggi l’eredità di Violetta sono l’attesissima Nadine Sierra e Francesca Pia Vitale. Alfredo è affidato a Piero Pretti e Iván Ayón Rivas, Giorgio Germont a Boris Pinkhasovich e Amartuvshin Enkhbat, insieme a Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro alla Scala.

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