
Dopo una giornata al mare, con la pelle sapida e senza stress, anche un vino mediocre può sembrarci magnifico. Lo stesso in montagna o in una meta esotica. Poi però a casa cambia il contesto che condiziona il gusto e fa cambiare drasticamente giudizio su molti vini
Lo bevo lì e mi piace, lo porto a casa e “fa schifo”. Succede più spesso di quanto vorremmo ammettere. Soprattutto in vacanza, dove, infatti, non cambiano soltanto i vini: cambiamo noi. I luoghi, gli orari, le compagnie, il cibo e perfino le aspettative. Dopo una giornata al mare, con la pelle sapida e la cena davanti, anche un vino mediocre può sembrarci magnifico. Dategli il posto giusto, la temperatura e la compagnia adeguate e avrà fatto più della metà del suo lavoro.
Perché il vino non lo assaggiamo mai da solo; lo beviamo dentro una situazione, uno stato d’animo, un ricordo. E il contesto, qualche volta, lavora al posto suo.
Poi torniamo a casa, lo riapriamo e si fa improvvisamente strada una domanda: ma questo vino mi piaceva davvero?
La vacanza è una specie di laboratorio spontaneo dei consumi. Beviamo vini locali che a casa non compreremmo mai, ordiniamo bollicine senza aspettare un’occasione o una festa comandata, alterniamo vino, birra, qualche cocktail. Scegliamo vini più lievi o, semplicemente, beviamo in momenti che, a casa nostra, ci sembrerebbero sospetti.
In Grecia, per esempio, può sembrarci sensato bere una retsina davanti al mare, con il pesce, il caldo e tutto il resto al posto giusto. Poi proviamo a immaginare la stessa bottiglia una sera di novembre, a casa, davanti a un arrosto con le patate e improvvisamente capiamo che non tutto ciò che ci è piaciuto in vacanza aveva necessariamente un futuro con noi.
Succede con certi rosé bevuti ghiacciati magari direttamente dalla bottiglia (parlo per me), con il tramonto davanti e una compagnia particolarmente riuscita. Gli stessi, a casa, serviti nel calice giusto e con il frigorifero a portata di mano, perdono talvolta parecchio del loro fascino. Non erano necessariamente cattivi. È che, senza tramonto, devono finalmente rispondere delle proprie azioni.
E poi c’è il vino-souvenir. Quello che scegliamo perché siamo lì e vogliamo bere ciò che appartiene a quel posto. Non lo avremmo mai cercato su una carta dei vini a Napoli, Bologna o Torino, ma in vacanza sembra quasi obbligatorio. Perché in quel momento non stiamo comprando soltanto una bottiglia, ma un pezzetto dell’esperienza.
Il ritorno a casa è invece impietoso. Il vino è lo stesso, ma tutto il resto è sparito: il mare, il pesce, la luce, la fame dopo una giornata fuori, la compagnia. E soprattutto quella versione di noi stessi che, per qualche giorno, aveva smesso di avere fretta.
La vacanza ci autorizza a bere a pranzo, a ordinare uno spumante alle cinque del pomeriggio, a scegliere una bottiglia senza leggere l’etichetta. A casa, gli stessi gesti sembrerebbero quasi una dichiarazione programmatica.
Ed è proprio questo il punto interessante anche per chi il vino lo produce e lo vende, perché in vacanza il consumatore esce dalla routine. Sceglie senza le sue solite coordinate e rivela desideri, curiosità e disponibilità che nella vita quotidiana restano spesso nascosti. Non compra soltanto una bottiglia: compra il momento in cui immagina di berla.
Poi arriva settembre. Si torna al lavoro, alla cena di sempre, al solito bicchiere e alla bottiglia comprata in vacanza.
La riapriamo e il giudizio, improvvisamente, diventa più severo.
Le persone, i soggetti normali, sono legati a un contesto, a un luogo, a una terra. E così i vini. Vale anche per le opere d’arte, fatta eccezione per i veri capolavori. Tiepolo a New York sta benissimo, ma è solo entrando in un museo che una merda diventa un’opera d’arte (Piero Manzoni docet).
Forse, alla fine, non sempre siamo capaci di capire se ci è piaciuto davvero quello che abbiamo bevuto o era meglio la vita mentre lo stavamo bevendo. Il vino è fortunato: quando è mediocre può sempre dare la colpa al contesto. E quando il contesto è perfetto, può persino sembrare un capolavoro.
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