L’Adhd è diventato una moda? Ecco cosa sapere e cosa fare

Il team dei dottori e degli esperti anti-bufale dell’Ordine nazionale dei medici risponde ai principali dubbi sulla salute

Online circolano elenchi di comportamenti in cui è facilissimo riconoscersi: distrarsi, rimandare, dimenticare un appuntamento, cominciare mille cose senza finirle. Viene spontaneo chiedersi se l’Adhd non sia diventato, semplicemente, una moda.

Adhd è la sigla inglese del disturbo da deficit di attenzione e iperattività. È un disturbo del neurosviluppo, cioè legato al modo in cui si sviluppa il cervello, che si manifesta fin dall’infanzia con difficoltà persistenti di attenzione, oppure di iperattività e impulsività, o con entrambe, e che spesso accompagna la persona anche in età adulta.

La parola chiave è funzionamento. Tutti ci distraiamo o rimandiamo. Si parla di Adhd solo quando queste difficoltà durano da tempo, compaiono in più ambiti della vita e sono abbastanza importanti da ostacolare lo studio, il lavoro o le relazioni.

Tutt’altro. Descrizioni molto simili a quelle dell’Adhd si trovano nei libri di medicina già alla fine del Settecento. Nel 1775 il medico tedesco Melchior Adam Weikard descriveva persone facilmente distraibili e incostanti; nel 1798 lo scozzese Alexander Crichton parlava di una “irrequietezza mentale” presente fin dalla prima infanzia. Nel 1902 il pediatra inglese George Still descrisse bambini intelligenti ma incapaci di mantenere l’attenzione e di controllare i propri impulsi.

Quelle descrizioni non coincidono perfettamente con i criteri di oggi, ma, come sintetizza una rassegna storica del 2015, l’Adhd «non è un’invenzione moderna». Sono cambiati i nomi e la capacità di riconoscerlo, non il fatto che esista.

Prima di tutto, non si diventa Adhd da adulti. Le radici del disturbo sono nell’infanzia, anche quando nessuno le ha notate. Quello che cambia nel tempo è la traiettoria evolutiva, cioè il modo in cui le caratteristiche di una persona incontrano le richieste dell’ambiente.

Per molto tempo l’Adhd è stato considerato un problema dei bambini, soprattutto dei maschi più vivaci. Una bambina disattenta ma tranquilla, un ragazzo brillante che compensava con l’impegno, una famiglia capace di fare da impalcatura: in questi casi le difficoltà possono restare sotto la soglia per anni ed emergere quando le richieste aumentano, con l’università, il lavoro, la famiglia. Una diagnosi a 35 anni non significa che il disturbo sia comparso a 35 anni.

Non proprio. Con la crescita l’iperattività più evidente spesso si attenua o diventa un’irrequietezza interiore, una fatica a “stare fermi con la testa”. Restano più spesso le difficoltà di attenzione, di organizzazione e di gestione del tempo. Per questo nell’adulto l’ADHD si riconosce meno facilmente: si vede poco, ma si vive molto.

Si stima che circa il 2,6% degli adulti nel mondo abbia un Adhd presente fin dall’infanzia. L’aumento delle diagnosi non dimostra, da solo, che il disturbo sia diventato più frequente: può voler dire che oggi lo si riconosce meglio e, in qualche caso, che lo si attribuisce con troppa facilità.

Il rischio c’è. I social hanno avuto un merito: hanno aiutato molte persone a dare un nome alle proprie difficoltà e a chiedere aiuto. Ma un video di pochi secondi trasforma facilmente un quadro clinico complesso in un elenco di comportamenti in cui chiunque può riconoscersi. Analizzando i 100 video più popolari su TikTok dedicati all’Adhd, alcuni ricercatori hanno giudicato fuorviante più della metà dei contenuti.

Riconoscersi in un video può far nascere una domanda legittima, ma non equivale a una diagnosi.

Prima di tutto ascoltarlo. Liquidare il dubbio come «cose viste su internet» rischia di chiudere una conversazione importante, mentre dargli subito ragione significa concludere troppo in fretta. Meglio chiedergli che cosa glielo ha fatto pensare, quali difficoltà incontra e da quanto tempo.

Il primo interlocutore è il pediatra o il medico di famiglia, che potrà indirizzare ai servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza.

Come sottolinea Laura Reali, Pediatra, Past President della Confederazione Europea dei Pediatri delle Cure Primarie (ECPCP), da sempre in prima linea a livello nazionale e internazionale per la salute dell’infanzia, la tutela dell’allattamento e la sostenibilità ambientale e membro del Comitato Scientifico di Fondazione Irene ETS, che promuove la campagna di sensibilizzazione sull’Adhd «Immagina Sé», patrocinata dalla Regione Lazio: «L’Adhd è un disturbo reale, non una moda. I farmaci, quando indicati, sono fondamentali in un percorso che comprenda interventi comportamentali e coinvolga famiglia e scuola: curare un bambino significa aiutarlo a imparare, costruire relazioni e sviluppare fiducia nelle proprie capacità. L’Adhd può persistere nell’età adulta: occorre preparare il passaggio ai servizi per adulti e garantire continuità nell’assistenza. I social possono aiutare a riconoscere una difficoltà e a chiedere aiuto, purché conducano a una valutazione competente e a cure appropriate.»

No. Non esiste un singolo test, questionario o esame che da solo possa stabilirlo. La diagnosi richiede una valutazione clinica di professionisti esperti, che ricostruiscono la storia della persona fin dall’infanzia, raccolgono informazioni dalla famiglia e dalla scuola e verificano che le difficoltà non siano spiegate meglio da altro, come ansia, depressione o disturbi del sonno. Diffidare di chi promette una diagnosi in pochi minuti è già un buon primo passo.

Il rischio esiste, ma spesso accade il contrario. Chi ha l’Adhd e non lo sa cresce con la sensazione di essere pigro, «uno che non si impegna».

Riconoscere l’Adhd, quando c’è, serve a dare un significato alle difficoltà senza trasformarle in un giudizio sul valore della persona o sulle capacità della famiglia. Non vuol dire rinunciare a regole e obiettivi, ma capire che per raggiungerli possono servire strategie e supporti diversi.

È un vissuto molto comune. Molti genitori si sentono inadeguati quando ciò che funziona con altri bambini con il proprio non funziona. Le note della scuola e i commenti di parenti («è solo viziato», «ci vorrebbe più polso») possono alimentare senso di colpa, stanchezza e isolamento.

L’Adhd non è il risultato di un’educazione sbagliata. Più che cercare un colpevole, conviene chiedersi come funziona nostro figlio, quali richieste lo mettono in difficoltà e quali strumenti possono aiutarlo. Anche per i genitori chiedere aiuto è legittimo: parlarne con il pediatra, con altri genitori o con associazioni dedicate può alleggerire un carico che spesso si porta da soli.

Dottore, allora come dovremmo parlarne?

L’Adhd è una condizione reale, descritta da oltre due secoli. A essere cambiata è la sua visibilità, e questa è un’opportunità se porta a informazioni corrette e a diagnosi appropriate. Diventa un problema quando ogni distrazione si trasforma in un’etichetta, oppure quando il timore della «moda» porta a sminuire difficoltà reali.

Il punto di partenza resta lo stesso: prendere sul serio le domande e cercare le risposte insieme a professionisti competenti, non in un video di trenta secondi.

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