
Dati, competenze, appalti e responsabilità frenano il passaggio dalle sperimentazioni ai servizi
Un chatbot comunale può spiegare come chiedere un contributo. Se sbaglia un requisito, però, può convincere un cittadino a rinunciare a un diritto. È in questo passaggio, dalla risposta plausibile alla risposta sulla quale una persona può fare affidamento, che comincia la complessità dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. La velocità conta. Contano anche la correttezza, la possibilità di contestare una decisione e la presenza di qualcuno che sappia correggerla. Il costo dell’errore può ricadere su chi ha meno strumenti per riconoscerlo. Ed è grave perché a differenze del settore privato che segue le legge del mercato, la Pa ha come “comandamento” quello di non lasciare indietro nessuno.
In Italia le sperimentazioni ci sono. L’ultimo rapporto AgID ha raccolto le risposte di 108 organizzazioni tra amministrazioni centrali e gestori nazionali di servizi pubblici. In 45 avevano avviato iniziative di AI, per 120 progetti censiti. Il 78% dei progetti non disponeva di indicatori per misurarne l’impatto. Un dato che rende difficile rispondere alla domanda essenziale: il servizio sta migliorando?
L’intelligenza artificiale nei Comuni italiani poi è ancora soprattutto una prospettiva. Secondo la «Mappa dei Comuni digitali 2026», promossa da Dipartimento per la trasformazione digitale, ANCI e Banca d’Italia sulla base di un’indagine condotta nel 2025 su 4.177 Comuni, le soluzioni già operative o previste entro dodici mesi riguardano meno del 10% degli enti, sia nelle attività amministrative interne sia nei servizi a cittadini e imprese. Circa un quarto ne [...]

