
Marchesini (Confindustria): le nostre imprese ideali per l’intelligenza artificiale. Tripi (Almaviva): servono regole ma il flusso è inarrestabile
«L’intelligenza artificiale è ormai nella quotidianità delle imprese. Non è un mostro inarrivabile». Maurizio Marchesini, vicepresidente di Confindustria e di Nomisma, i due soggetti che organizzano il 16 e 17 ottobre a Bologna il Forum Ai.Dea dedicato al rapporto tra intelligenza artificiale e mondo delle imprese, è convinto che sia un processo ineluttabile ma utile al sistema. «Cercheremo di mostrare con casi concreti come l’intelligenza artificiale sia una grande opportunità per il sistema italiano, per le grandi ma anche per le piccole imprese. L’intelligenza artificiale è accessibile, poco costosa e facilmente adattabile al nostro modo di fare industria».
Proprio partendo dai casi concreti, Marchesini spiega come l’uso dell’Ai sia entrato da tempo nelle aziende del suo gruppo, ma anche come oggi si sia arrivati a un punto di svolta. «Abbiamo iniziato a utilizzare l’intelligenza artificiale per fare meglio le cose che già facevamo. Il riscontro è stato immediato. I prodotti sono notevolmente migliorati e la produttività è cresciuta. Oggi abbiamo capito che l’Ai ci può aiutare a trovare le soluzioni che non immaginavamo, percorsi nuovi, del tutto inesplorati nei nostri processi e per i nostri prodotti. E’ un’occasione che non possiamo perdere».
Il vicepresidente di Confindustria e Nomisma allarga il discorso al sistema Italia. Il mercato dell’Ai ha raggiunto un valore stimato di circa 1,8 miliardi di euro, con una crescita del 50% tra il 2024 e il 2025. Ma viaggia a due velocità. L’84% delle grandi imprese ha già acquistato licenze di intelligenza artificiale generativa, mentre soltanto l’8% delle piccole e medie imprese ha avviato progetti strutturati. L’Italia è al diciottesimo posto tra i ventisette Paesi dell’Unione europea per adozione dell’AI. «Le soluzioni che ci offre l’intelligenza artificiale – dice Marchesini – sembrano cucite sul nostro sistema industriale per la taglia delle imprese, la capacità di offrire prodotti tailor made, di occupare nuove nicchie di mercato. L’Ai è lo strumento perfetto per questo tipo di lavoro».
Ma anche lo strumento con cui si possono superare le debolezze del sistema. «Siamo in calo demografico e in deficit di competenze. L’intelligenza artificiale ci può aiutare a colmare questi gap endemici del nostro Paese. A patto, però, di entrare in profondità, di conoscere le potenzialità del mezzo e di incrementare competenze e conoscenze. Oggi l’intelligenza artificiale può essere abilitata, i famosi codici, in maniera discorsiva. Avremo bisogno di meno programmatori, ma di più analisti n grado di comprendere le esigenze concrete delle singole aziende e dei mercati».
Per completare questo percorso, già avviato, si inizia da un nuovo rapporto tra le imprese e le Università. «Dobbiamo avere, reciprocamente, più spirito collaborativo. Università e start up spesso hanno idee imprenditoriali innovativa, ma mancano di competenze applicative, più pratiche. Viceversa, alle imprese servono più conoscenze i base. Dobbiamo fare uno sforzo di sistema per completarci reciprocamente, con spirito collaborativo».
Saranno determinanti le policy. «Abbiamo visto con Industria 4.0 e 5.0 che è necessario facilitare le procedure ed eliminare i colli di bottiglia del sistema. Le esigenze cambiano, ma bisogna trovare rapidamente le soluzioni. Con l’Ai è più facile. Nel mio gruppo abbiamo quattromila programmatori. Già oggi possiamo dare istruzioni in maniera discorsiva. Cambieranno le esigenze e le competenze, ma io sono certo che miglioreremo le imprese e anche il mondo sarà migliore. Per esempio, un medico, in Africa, potrà seguire i pazienti in territori sterminati con la massima precisione, senza spostarsi, in remoto. Il mezzo è molto potente, bisogna usarlo in maniera corretta. Come tutto. Come anche i mezzi tradizionali».
Sulla stessa linea d’onda, Alberto Tripi, presidente di Almaviva, azienda leader dell’It. «Usiamo l’AI, che io preferisco definire Intelligenza aumentata, da moltissimi anni, anche in maniera inconsapevole. Nel 1972, quando ero alla Ibm, con padre Busa, un monaco gesuita, abbiamo digitalizzato l’Index Thomisticus, l’opera omnia di San Tommaso d’Aquino. Uno strumento di intelligenza artificiale a tutti gli effetti. Una banca dati capace di dare tutte le risposte sull’opera di San Tommaso. Sono passati più di 50 anni. Oggi siamo nel pieno del flusso dell’Ai. Nessuna azienda può farne a meno. E’ uno strumento imprescindibile, ma che a sua volta non può prescindere dall’uomo».
L’evoluzione e il progresso non possono essere fermati ma vanno regolati. «Quando all’inizio del Novecento apparvero le prime automobili, la gente era terrorizzata. La macchina del diavolo, gli incidenti. I maniscalchi temevano di perdere il lavoro. Le cose sono andate in maniera diversa, ma è umano che ogni rivoluzione sia accompagnata dalla paura. Le rivoluzioni vanno governate. Con l’auto arrivarono il codice della strada e la patente, i maniscalchi diventarono meccanici. Con l’Ai servono regole condivise e globali».
Il rischio è l’uso indiscriminato dell’Ai. «Ma la paura degli abusi non ha mai fermato le rivoluzioni. La diffusone delle fake news durante le campagne elettorali o l’utilizzo dei dati e dei data center vanno gestiti, regolati. Non c’è dubbio che servano limiti. Gli organismi sovranazionali e le chiese possono aiuta a trovare un sistema di regole condiviso».
Ma la strada è tracciata. «Per l’imprese non è un’opzione, è un fatto. Avranno grandi benefici nella gestione dei prodotti e dei processi, nella scelta dei mercati. Non c’è attività d’impresa che non avrà vantaggi. Ma dobbiamo lavorare per aumentare le competenze interne, incrementare la collaborazione tra imprese e università, per formare le nuove professionalità».
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