Lavoro a tempo determinato: solo il 10 per cento è per occupazioni stagionali

Negli altri casi è usato per fare screening dei candidati o come sostituzione di posizione a tempo indeterminato

Su dieci aziende con lavoratori a tempo determinato, quattro fanno sistematicamente ricorso ai contratti a tempo e generano la maggior parte del volume complessivo del lavoro a tempo determinato. È infatti qui che trova impiego l’86 per cento dei lavoratori a tempo determinato e, se si considerano i giorni lavorati con contratti di questo tipo, l’89 per cento dei giorni totali viene trascorso in queste aziende. Lo rivela lo studio «Le imprese come usano i contratti a tempo determinato?», pubblicato dalla Banca d’Italia il 30 luglio 2026, che prende in considerazione il periodo 2013-2017. La scelta di esaminare questo lasso temporale deriva, spiegano gli autori, in parte dal fatto che il tasso di lavoratori a tempo determinato in Italia era dell’11 per cento, in linea con la media europea. A fronte di una base di lavoratori a tempo determinato tutto sommato modesta, però, i contratti a tempo determinato era di gran lunga maggiore. Questo, prosegue la ricerca, evidenzia una caratteristica centrale del lavoro a tempo determinato in Italia: un alto quoziente di turnover dei contratti. Inoltre, la regolamentazione dei contratti a tempo determinato era particolarmente permissiva in quel periodo, consentendo di analizzare le scelte delle aziende con un condizionamento giuridico limitato.

Nelle imprese che si servono contratti stagionali questo stesso tipo di contratto, determinato da esigenze di lavoro stagionale, vale il 67 per cento del totale. Complessivamente, però, i contratti stagionali sono circa il 10 per cento di tutti i match a tempo determinato. La durata media del contratto, in questo caso, varia da uno a tre mesi. Le aziende, però, usano i contratti a tempo determinato anche per valutare i lavoratori prima di assumerli in modo stabile: tra il 2013 e il 2017, in Italia, questo è accaduto per il 21 per cento dei casi. Tre conversioni a tempo indeterminato su quattro, inoltre, si sono verificate senza che il rapporto di lavoro fosse interrotto. Se si prendono in considerazione i singoli contratti a tempo determinato, prosegue la ricerca di Via Nazionale, il 10 per cento si trasforma in contratto permanente. Quando il contratto a termine viene utilizzato per valutare il lavoratore solitamente il “periodo di prova” è racchiuso in un solo contratto piuttosto che in molteplici rinnovi.

Se la frammentazione in più contratti, in quanto rara, non è sufficiente a prevedere se il lavoratore otterrà l’indeterminato, una lunga durata del primo contratto a tempo determinato è solitamente un forte predittore di una stabilizzazione futura dell’impiego. In particolare, i contratti con una durata iniziale di tre, sei o dodici mesi danno origine a circa un terzo delle conversioni da tempo determinato a indeterminato. Si tratta di intervalli temporali usati comunemente dalle amministrazioni, facilitando la contabilizzazione dei salari e dei contributi previdenziali.

Il tasso di conversione è piuttosto eterogeneo tra i vari settori: da un valore prossimo allo zero nel campo cinematografico fino a superare il 50 per cento nella manifattura, nei trasporti e nei servizi finanziari. Anche sotto il profilo dell’inquadramento si registrano disparità considerevoli, per esempio, tra i lavori nei servizi e nelle vendite per i quali le probabilità di passare all’indeterminato sono ampiamente più basse rispetto a ruoli tecnici, impiegatizi o ingegneristici. Giovani, anziani e donne tendono ad avere un tasso inferiore di conversione dal tempo determinato all’indeterminato.

È possibile anche che i contratti a termine vengono usati per sostituire delle posizioni a tempo indeterminato: in questo caso, si tratta di lavoratori facilmente licenziabili in caso di necessità. Come l’uso a scopo di valutare i lavoratori, anche per la sostituzione di posizioni a tempo indeterminato si registra un legame con la produttività dell’impresa e la volatilità dei ricavi. Mentre le aziende più produttive offrono contratti più lunghi e convertono più frequentemente, quelle meno produttive usano i contratti a termine per calibrare l’occupazione al margine. Complessivamente, tra le imprese che fanno uso sistematico di contratti a tempo, il 10 per cento ne fa un uso stagionale, il 25 per cento circa un uso di screening e circa i due terzi è rappresentato dalla sostituzione di posizione a tempo indeterminato.

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