
Rapporto Adapt. I lavoratori a tempo determinato sono scesi da 3 milioni nel 2019 a 2,5 nel 2025. Il peso sul totale del lavoro dipendente scende dal 17 al 13,6%. Più esposti giovani, donne e stranieri
Diversamente dalla percezione generale, in Italia si è registrata una riduzione netta del lavoro temporaneo rispetto alla situazione pre pandemia. I dipendenti a tempo determinato nel 2019 erano circa 3 milioni, nel 2025 sono scesi a 2 milioni e 517mila: circa 483mila in meno, una flessione del 16,1%. Quello che il dato numerico non dice, però, è se il contratto a termine è stato l’anticamera di un rapporto stabile o si è protratto negli anni, condannando il lavoratore ad una condizione di precarietà.
Un report realizzato da Adapt, su dati di fonte Eurostat, evidenzia che la diminuzione negli anni non è stata lineare: nel 2020, con la crisi pandemica, il numero degli occupati a termine era sceso a 2,61 milioni. È poi risalito fino a superare nuovamente i 3 milioni nel 2022, per ridursi nei tre anni successivi: 2,94 milioni nel 2023, 2,74 milioni nel 2024 e 2,52 milioni nel 2025 (il valore più basso dal 2016). Poi l’ultimo dato Istat dello scorso mese di giugno ha evidenziato una ripresa dei contratti a termine, saliti a 2,542 milioni, 91mila in più di maggio, un balzo mensile che non si vedeva da settembre 2021, e 33mila in più di giugno 2025. I prossimi mesi ci diranno se siamo in presenza di una ripresa “strutturale” o se il fenomeno è solo congiunturale. Restiamo comunque sotto i livelli prepandemici.
Anche l’incidenza degli occupati a tempo sul totale dei dipendenti è diminuita. Era pari al 17% nel 2019; nel 2025 si ferma al 13,6% con una riduzione di 3,4 punti percentuali. «Il dato suggerisce che la crescita recente dell’occupazione dipendente – commenta Francesco Seghezzi, presidente di Adapt – non è stata trainata principalmente dai contratti a termine. Una parte consistente dell’aumento ha riguardato rapporti di lavoro permanenti».
Vediamo l’evoluzione del ricorso al contratto a tempo determinato tra i giovani. Nel 2019 il 48,1% dei dipendenti tra 15 e 29 anni aveva un contratto temporaneo. Nel 2025 la quota è scesa al 36,6 per cento. Si tratta di una riduzione di 11,5 punti, anche se poi passando dai dati sullo stock di occupati a quelli sui flussi di assunzione emerge che più di un giovane dipendente su tre resta assunto con contratto a termine.
Guardando ai generi, nel 2025 le donne rappresentano poco più della metà dei dipendenti temporanei: circa 1,28 milioni, contro 1,24 milioni di uomini. La differenza tra uomini e donne resta ampia: tra le giovani donne l’incidenza del lavoro con contratto a termine è passata dal 51,1 al 41,3 per cento. Tra i giovani uomini è scesa dal 45,9 al 33,2 per cento. La temporaneità continua dunque a riguardare più frequentemente le donne: nel 2025 il divario tra giovani lavoratrici e lavoratori è superiore a 8 punti (era poco più di 5 punti nel 2019). Per l’intera fascia 15-64 anni, la quota degli occupati con contratto a tempo determinato è passata dal 16,7 al 12,2% tra gli uomini e dal 17,5 al 15,3% tra le donne. La riduzione del ricorso ai contratti temporanei è quindi stata più marcata per gli uomini.
Quanto alla nazionalità, il lavoro temporaneo continua a incidere molto di più sui lavoratori stranieri. Nel 2025 è occupato con contratto a termine il 17,8% dei dipendenti cittadini di altri Paesi dell’Unione europea e il 20,9% dei cittadini extra-Ue, contro una media complessiva nazionale del 13,6 per cento. Rispetto al 2019 la quota dei contratti a tempo determinato, però, è diminuita anche tra gli stranieri: dal 21,9 al 17,8% per i cittadini comunitari e dal 23 al 20,9% per quelli extra-Ue. La distanza rispetto alla media, tuttavia, rimane elevata. Per i lavoratori extra-Ue la probabilità di avere un contratto temporaneo è superiore di oltre sette punti alla media italiana.
La composizione per titolo di studio aiuta a capire dove si concentra la contrazione. Tra le persone con un livello di istruzione basso, i dipendenti temporanei sono passati da circa 961mila nel 2019 a 733mila nel 2025, con un calo vicino al 24 per cento. Tra chi possiede un diploma o un titolo post-secondario non terziario sono scesi da 1,43 milioni a 1,22 milioni, circa il 14% in meno. Dal 2021 Eurostat distingue, all’interno di questo secondo gruppo, tra istruzione generale e professionale. I temporanei con un percorso professionale sono diminuiti da poco più di un milione nel 2021 a circa 852mila nel 2025. Quelli provenienti da percorsi generali sono invece aumentati da 313mila a 368mil. (Adapt invita tuttavia a leggere questi dati con cautela perché la serie disaggregata è disponibile soltanto dal 2021).
«Il quadro complessivo è quindi meno semplice della rappresentazione di un mercato del lavoro italiano dominato da una crescita continua della precarietà contrattuale – continua Seghezzi -. Dal 2019 il numero e l’incidenza dei dipendenti temporanei sono diminuiti. Restano però tre aree di forte concentrazione: giovani, donne e lavoratori stranieri, soprattutto extra-Ue. La questione non è soltanto quanti contratti a termine esistano, ma quale funzione svolgano. Un rapporto temporaneo può rappresentare un ingresso verso un’occupazione stabile, oppure diventare una condizione ricorrente, associata a bassi salari, discontinuità contributiva e scarse opportunità formative. I dati aggregati fotografano la riduzione dello stock, ma non consentono da soli di misurare la durata dei rapporti, le transizioni verso il tempo indeterminato o la reiterazione dei contratti».
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