Le maschere Led funzionano? Dalle rughe all’acne ecco gli effetti

Il team dei dottori e degli esperti anti-bufale dell’Ordine nazionale dei medici risponde ai principali dubbi sulla salute

Bastano pochi minuti al giorno indossando una maschera luminosa per avere una pelle più giovane e con meno brufoli? È la promessa delle maschere LED, dispositivi diffusisi rapidamente e oggi facili da trovare anche online. Sfruttano la cosiddetta fotobiomodulazione, cioè l’impiego della luce per stimolare la pelle senza scaldarla. Le promesse sono allettanti, ma i risultati sono davvero quelli pubblicizzati? E le versioni che si acquistano da soli valgono quanto i trattamenti eseguiti dallo specialista? Vediamo che cosa dice davvero la ricerca scientifica.

Sono dispositivi che emettono luce colorata attraverso piccoli diodi luminosi, i Led: di solito rossa, blu o una combinazione delle due, talvolta anche vicino infrarossa. Non emettono raggi ultravioletti: la fotobiomodulazione utilizza luce visibile e vicino infrarossa, che non è ionizzante. Secondo l’ipotesi più accreditata, questa luce viene assorbita da un componente dei mitocondri delle cellule, chiamato citocromo-c ossidasi, e stimola la produzione di energia (ATP) e la regolazione di alcune molecole all’interno della cellula. In pratica la luce innesca reazioni biochimiche, come la sintesi di collagene, senza provocare danno da calore. Le diverse luci hanno scopi diversi: la rossa è usata soprattutto per l’effetto anti-età, mentre la blu ha un’azione antibatterica ed è impiegata contro l’acne.

Qualche effetto sembra esserci, ma modesto. Una revisione sistematica con meta-analisi ha rilevato che la luce Led riduce in modo statisticamente significativo le rughe e le linee sottili rispetto ai gruppi di controllo. Anche uno studio controllato e randomizzato condotto con dispositivi professionali ha mostrato benefici: la riduzione delle rughe ha raggiunto il 36% nel gruppo che combinava due lunghezze d’onda (830 e 633 nanometri), mentre l’aumento dell’elasticità della pelle ha raggiunto il 19% nel gruppo trattato con la sola luce a 830 nanometri, rispetto alla condizione iniziale. Questi dati vanno però letti con prudenza: gli studi disponibili sono spesso pochi, piccoli e con protocolli molto diversi tra loro, tanto che gli stessi autori delle revisioni parlano di conclusioni difficili da trarre.

Nei trattamenti eseguiti in ambito medico la luce blu agisce sull’acne provocando una reazione ossidativa sulla pelle. Le prove di efficacia, però, restano deboli. Una revisione sistematica Cochrane ha analizzato 71 studi controllati e randomizzati, per un totale di 4.211 partecipanti (con un numero mediano di appena 31 persone per studio), giudicando la qualità delle prove da bassa a molto bassa. Nel complesso, le varie terapie con la luce non hanno mostrato un vantaggio clinicamente significativo rispetto al placebo, al non trattamento o alle comuni terapie da applicare sulla pelle. Uno studio preliminare condotto con una maschera per uso domestico (luce a 415 e 633 nanometri) ha invece riportato che l’86% dei partecipanti otteneva un miglioramento di almeno un grado su una scala di valutazione dell’acne: un risultato incoraggiante, ma proveniente da uno studio senza gruppo di controllo e finanziato dall’azienda produttrice del dispositivo, quindi da confermare con studi indipendenti e controllati.

Non proprio. Le maschere per uso casalingo erogano dosi di luce molto più basse: circa 1-5 joule per centimetro quadrato a seduta, al di sotto dell’intervallo (indicativamente 20-60 joule per centimetro quadrato) ritenuto ottimale per attivare pienamente i meccanismi cellulari della fotobiomodulazione. Ne derivano una penetrazione più superficiale nella pelle e una stimolazione ridotta, con effetti tendenzialmente limitati e prevalentemente cosmetici, oltre a una scarsa validazione indipendente dell’efficacia. I sistemi professionali, in generale, poggiano su prove più robuste rispetto ai dispositivi domestici. Non a caso una dermatologa della Mayo Clinic osserva che, poiché i risultati sono modesti e gli apparecchi possono essere costosi, al momento non li raccomanda.

Nel complesso il profilo di sicurezza è favorevole: gli effetti indesiderati riportati sono in prevalenza lievi e transitori, come arrossamento o secchezza della pelle. La luce rossa e quella vicino infrarossa sono considerate sicure e non danneggiano il Dna nemmeno a dosi elevate. Restano però alcune precauzioni da rispettare: proteggere gli occhi, soprattutto con la luce blu, che può causare fastidio o danni oculari: è opportuno usare le protezioni fornite; evitare l’uso in caso di particolare sensibilità alla luce e se si utilizzano farmaci fotosensibilizzanti; seguire sempre le istruzioni del produttore, senza eccedere nella durata o nella frequenza, per non provocare irritazioni o rossori; nelle pelli più scure (fototipi IV-VI) la luce visibile può favorire un’iperpigmentazione più marcata e persistente; per questo la luce Led non è raccomandata per il melasma.

Le maschere Led possono essere considerate un aiuto in più, non un sostituto delle terapie dermatologiche di provata efficacia. I benefici che offrono, quando presenti, tendono a essere modesti, e servono studi più ampi e ben condotti per definire con precisione per quali problemi, con quali luci e con quali dosi siano davvero utili. In caso di acne o di inestetismi importanti, il consiglio resta quello di rivolgersi al proprio medico di medicina generale o a un dermatologo prima di affidarsi al fai-da-te.

Leggi la scheda integrale sul sito dottoremaeveroche di Fnomceo

Articoli correlati