Le nuove frontiere dell’export agroalimentare in Turchia, India e area Mercosur

Il trend rallenta al +0,5% nel primo semestre 2026, dopo la crescita del 5,1% registrata nel 2025 (a 59,3 miliardi): ecco come cambia la geografia delle spedizioni

«Portare panettone e pandoro fuori dall’Italia è complesso: sono prodotti grandi, costano tanto e non fanno parte di tutte le tradizioni gastronomiche. Allora noi lo abbiamo trasformato in croissant per portarlo a Calcutta, in India, e poi ancora in forme diverse in Asia e nell’est europeo». Michele Bauli, presidente del gruppo, descrive bene dal palco degli IDG Days – appuntamento annuale di Italia del Gusto che riunisce imprese, esperti e mondo accademico – come la prerogativa “made in Italy” non sia il lasciapassare per tutte le porte.

Ci vuole ingegno. «Tutto è cominciato con un concorso indetto dal New York Times per premiare il miglior panettone», racconta. «Pretendevano una consegna in giornata e noi ci siamo ingegnati per farlo arrivare in tempo, appena sfornato», prosegue Bauli. «Oggi, tramite Olivieri, facciamo la stessa cosa nel segmento premium e quel panettone costa 105 dollari».

Neanche il patrimonio dell’heritage rappresenta l’unica leva per esaurire la causa. «Per fare breccia all’estero – insiste Guido Repetto, presidente del Gruppo Elah Dufour Novi, che tra Gavi e Novi Ligure ospita l’edizione di quest’anno – occorre chiedersi: cosa portiamo di diverso?».

«La capacità di innovare senza perdere l’identità può rafforzare la competitività del Made in Italy alimentare sui mercati internazionali», aggiunge Giacomo Ponti, presidente di Italia del Gusto. Che orgogliosamente rivendica i numeri di un prodotto complesso, di nicchia, ma che ha conquistato l’estero, trovando la sua spinta nel made in Italy. «L’Aceto Balsamico di Modena vende 100 milioni di litri l’anno, il 92% si esporta in 110 Paesi». Ma come si trasferisce la storia dell’azienda sul consumatore finale? «Declinando know how e italianità sui gusti del cliente straniero», dichiara l’ad Giacomo Colussi.

Il dibattito è aperto, il confronto continuo. Intanto i numeri dell’Osservatorio sui mercati internazionali del Food & Beverage realizzato da Nomisma per Italia del Gusto, ci dicono che l’Italia resta tra i pochi grandi esportatori mondiali ancora in territorio positivo, in uno scenario segnato da forti differenze tra mercati e categorie di prodotto.

Dopo la crescita del 5,1% registrata nel 2025 (a 59,3 miliardi), l’export rallenta al +0,5% nel primo semestre 2026, confermandosi il sesto esportatore mondiale dopo Paesi Bassi, Germania, Stati Uniti, Brasile e Francia. La tenuta complessiva si accompagna a una trasformazione della geografia dei mercati. Le esportazioni verso l’Unione Europea crescono dell’1,9%, con risultati positivi in Germania (+2,5%), Francia (+1,9%), Spagna (+2,7%) e Polonia (+2,5%). Più difficile la situazione negli Stati Uniti, dove l’export arretra del 10,8%, mentre tra i mercati più dinamici figurano Turchia (+19,3%), India (+15%), Mercosur (+8%) e Corea del Sud (+6,4%). Anche l’andamento delle categorie è disomogeneo. Il caffè registra un +11,1% in valore, ancora sostenuto da prezzi elevati, seguito da prodotti da forno (+2,2%) e formaggi (+2%). Arretrano invece olio d’oliva (-21,9%), cioccolato (-8,3%), vino (-6%) e pasta (-1,1%).

A tirare le somme è Luigi Consiglio, ceo di Eccellenze d’Impresa: «La sfida, soprattutto sui mercati internazionali, è saper leggere nuovi bisogni, stili di vita e occasioni di consumo, senza perdere la propria identità».

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