Le tentazioni del venture capital tra il modello Musk e Kennedy

Paura e sogni estremi: di questo ha imparato a nutrirsi il capitalismo. Ora si tratta di capire chi paga i costi

Paura e sogni estremi, di questo ha imparato a nutrirsi il nuovo capitalismo. Presto, nella finestra di lancio più favorevole del decennio, SpaceX proverà a inviare fino a cinque Starship senza equipaggio verso Marte, con una probabilità di successo che Musk stesso definisce pari a quella di ottenere testa lanciando una monetina.

«Il sole- dice – prima o poi incenerirà la Terra: per questo Marte è un’assicurazione sulla vita, per la vita nel suo complesso». Con la stessa proposta, paura dell’estinzione e promessa di salvezza, i grandi laboratori di intelligenza artificiale chiedono capitali paventando rischi esistenziali e promettendo di curare malattie ed eradicare la povertà.

È la stessa lingua che i venture capitalist stanno riscoprendo, inseguendo rendimenti alla SpaceX, proprio mentre l’intelligenza artificiale erode i margini del software leggero che ha fatto la loro fortuna nell’ultimo decennio. Pochi giorni fa, il Financial Times descriveva il ritorno degli investitori verso scommesse “moonshot”, rischiosissime e ad alta intensità di capitale: agricoltura spaziale, fusione nucleare, interfacce uomo-macchina. Anche escludendo il settore AI, 150 miliardi di investimenti in imprese “deep tech” solo dal 2024, più dei 133 miliardi investiti in tutto il decennio precedente.

Da un certo punto di vista, questo ritorno del venture capital alle grandi scommesse e ai grandi rischi è benvenuto, perché chiude una stagione finanziaria un po’ pigra ed estrattiva. Con un problema serio.

Anche John F. Kennedy, chiedendo al Congresso di finanziare la corsa alla Luna, nel famoso discorso del 1962, combinava paura, geopolitica, guerra fredda e un sogno estremo. «Abbiamo nuova conoscenza da conquistare, nuovi diritti da vincere, andiamo sulla Luna non perché sia facile, ma perché è difficile», diceva. Nel frattempo, evocava la minaccia sovietica e parlava di Gagarin.

La retorica di allora e quella di oggi si somigliano molto, la sostanza dietro alla narrativa è radicalmente diversa. Quello che cambia è chi possiede i diritti sulla paura e sul sogno e, soprattutto, a chi appartengono i dividendi della paura e del sogno.

Kennedy chiedeva ai contribuenti americani, tramite il Congresso, di finanziare un’agenzia pubblica, la Nasa, contro un rivale geopolitico preciso entro una certa scadenza. Ma il linguaggio scelto era deliberatamente universale, la conoscenza e i diritti erano per tutti. La risposta alla paura e la realizzazione del sogno erano affidate alla Nasa, che rispondeva al Congresso, i costi si giustificavano con ricadute condivise. La paura e il sogno passavano attraverso una deliberazione collettiva prima di trasformarsi in rendimenti, peraltro anch’essi collettivi.

«Marte è un’assicurazione sulla vita» non è né un appello alla specie né un’invocazione universale. È un esercizio di investor relations, è la frase che rende plausibili le valutazioni di SpaceX, fuori da ogni controllo. Il rischio è che ciò che il Financial Times chiama “moonshot” diventi la parola per giustificare valutazioni costruite sul racconto più che sulla disciplina di mercato.

A prescindere da quale dei due “moonshot” sia più sincero, la questione centrale è chi controlla il capitale e chi ne risponde: un mandato pubblico rinnovabile a ogni elezione, o una narrazione privata che si rinnova a ogni round di finanziamento.

Le stesse due logiche si contendono oggi il finanziamento delle missioni davvero urgenti, riscaldamento globale, salute pubblica, infrastrutture resilienti, che condividono con lo spazio l’orizzonte lungo e il rischio tecnologico alto. Se prevale il modello Kennedy, quei costi si discutono democraticamente e si misurano in ricadute collettive. Se prevale il modello Musk, si raccontano agli investitori e si misurano in capitalizzazione di mercato. Capire a quale modello si ispireranno i capitali di rischio conta più che stabilire chi tra Kennedy e Musk credesse davvero a ciò che prometteva.

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