
Dal premio di maggioranza per chi supera il 42% all’indicazione del candidato premier della coalizione, dal ritorno delle preferenze alle soglie per i piccoli partiti: ecco la rivoluzione del Melonellum
Il D Day è l’8 ottobre all’ora di pranzo, quando alla Camera ci sarà il voto finale a scrutinio segreto sulla riforma elettorale voluta dal centrodestra e osteggiata dalle opposizioni. Un passaggio ormai dato per scontato da tutti, visto che la premier Giorgia Meloni ha chiaramente avvertito che in caso di bocciatura nel segreto dell’urna si va subito ad elezioni anticipate. I partiti, non a caso, già da tempo si stanno organizzando per correre con le nuove regole, che disegnano un quadro molto diverso rispetto al recente passato.
La principale novità dello Stabilicum o Melonellum che dir si voglia consiste nella cancellazione dei collegi uninominali previsti dal Rosatellum e dall’introduzione di un sistema a base proporzionale con soglia di sbarramento al 3% e premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42% dei voti. Il premio è attribuito non in percentuale, ma in quota fissa di 70 deputati e 35 senatori fino a un tetto di 220 deputati, ossia il 55% dei seggi, e 113 senatori, il 56,5%. Si tratta di percentuali che più o meno rientrano nella soglia costituzionale del 55% che mette al riparo l’elezione degli organi istituzionali di garanzia, cioè il Presidente della Repubblica e i giudici della Corte costituzionale e del Csm, e impedisce alla maggioranza di turno di cambiarsi da sola la Costituzione.
E’ chiaro che un sistema siffatto porta alla polarizzazione del confronto politico: da una parte favorisce l’aggregazione in coalizione di forze affini per raggiungere la soglia del 42%, dall’altra spinge al voto utile contro le forze estrema, come è il caso della premier Giorgia Meloni nei confronti del partito di Roberto Vannacci Futuro nazionale. Della serie: “se votate lui vince la sinistra”.
Resta tuttavia il rischio che nessuna delle due coalizioni raggiunga la fatidica soglia del 42%: in questo caso il sistema si trasforma in proporzionale puro stile Prima Repubblica, con la conseguente difficoltà a formare un governo di larga intesa tra partiti avversari in campagna elettorale. Un rischio neanche troppo peregrino, a guardare i sondaggi: con il partito di Vannacci attorno all’8% già ora il centrodestra a guida Meloni è dato da alcune rilevazioni sotto la soglia e da altre leggermente sopra. Quanto al campo largo, dato quasi sempre sopra, bisogna considerare che quella della coalizione in formazione tra Pd, M55, Italia Viva e Più Europa è una somma aritmetica e non politica.
È legittimo prevedere che una parte dei voti del M5s si perderebbero se a guidare la coalizione fosse la segretaria del Pd Elly Schlein e viceversa che una parte degli elettori del Pd guarderebbe verso il centro calendiano se a guidare la coalizione fosse invece il leader del Ms5 Giuseppe Conte. La mancata introduzione del ballottaggio se nessuno raggiunge il 42%, inizialmente prevista per volontà di Fratelli d’Italia e poi abbandonata per l’ostilità di Forza Italia e Lega, resta il principale difetto di sistema della nuova legge elettorale.
La seconda importante novità è l’obbligo di indicare il candidato premier della coalizione al momento della presentazione dei contrassegni elettorali, pena la non ammissibilità delle liste. Una soluzione che permette a Meloni di introdurre una sorta di “piccolo premierato” dopo l’accantonamento della riforma costituzionale per l’elezione diretta del presidente del Consiglio in seguito alla vittoria del No al referendum confermativo sulla giustizia. Ma è anche un modo per dividere il campo avversario, costringendo la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del M5s Giuseppe Conte a primarie di coalizione che già si annunciano divisive e laceranti.
Altro aspetto importante della nuova legge è la reintroduzione dopo 23 anni delle preferenze per la scelta degli eletti. Ma si tratta a ben vedere di preferenze a metà, visto che i capilista sono bloccati e che le preferenze possono essere espresse mettendo una crocetta vicino al nome fino a un massimo di tre solo dal secondo in lista, con l’obbligo di alternanza di genere in caso di più di una preferenza. Considerando che i partiti medio piccoli eleggeranno quasi solo capilista, si può stimare che gli eletti indicati espressamente saranno tra il 30 e il 40% massimo. La quota di genere 40/60, inoltre, non vale per i capilista ma solo per le liste nel loro complesso: una mancanza che certamente avrà un impatto negativo sulla rappresentanza femminile.
La soglia di sbarramento generale è stata concordata dalla maggioranza per tempo al 3% con Carlo Calenda, leader di Azione, per permettergli la corsa terzopolista, a distanza di sicurezza dal campo largo. Ma c’è la norma del recupero del primo partito sotto soglia all’interno delle coalizioni, che potrà dunque eleggere rappresentanti anche se si attesta sotto il 3%: una norma che “salva” nel centrodestra Noi Moderati di Maurizio Lupi ma finisce per rafforzare anche Casa riformista-Iv di Matteo Renzi nel campo largo. Inoltre Calenda, Lupi e Renzi sono esentati dalla raccolta delle firme per presentare le loro liste, dal momento che hanno costituito un gruppo parlamentare entro il 31 dicembre 2015. Mentre per chi non ha rappresentanza in Parlamento, neanche come componente nel gruppo misto, il tetto delle firme è stato alzato da 1.500/2mila a 6mila/7mila per ogni collegio, in totale circa 400mila. In questo modo si rende obiettivamente difficile la partecipazione alle elezioni di nuovi partiti come quello che sta formando sotto l’egida di Conte l’assessore capitolino Alessandro Onorato nell’ambito del campo largo (Progetto Civico Italia). Resta lo “sconto” di 1.550/2mila firme per chi ha già (i radicali di Più Europa e il vannacciano Futuro nazionale) o costituisce entro la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge una componente nel gruppo misto: servono 3 deputati o 1 senatore, ma occorre appoggiarsi a un simbolo elettorale presentatosi alle ultime elezioni politiche ( in Senato basta anche un simbolo elettorale che ha eletto rappresentanti in una regione).
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