
Giovedì sì finale con voto segreto. Malan (Fdi): possibili le urne a maggio assieme ai Comuni. I sospetti dem su Conte: lavora al piano B di sfilarsi dall’alleanza
«La decisione del governo di porre la fiducia sulla legge elettorale rappresenta un grave schiaffo al Parlamento. La verità è che l’esecutivo ha paura della propria maggioranza, della sua tenuta e del voto segreto, arrivando persino a modificare la disposizione fisica dei deputati di Fratelli d’Italia per controllarne i voti. È un modo pessimo e autoritario di gestire la materia elettorale».
Il governo pone la questione di fiducia su tre articoli dello Stabilicum o Melonellum che dir si voglia e a denunciare l’ennesima forzatura della maggioranza in Aula è tra gli altri il dem Federico Fornaro. Un gioco delle parti doveroso, certo, anche se il passaggio era ampiamente annunciato e anche se l’ultimo precedente, la fiducia messa nel 2017 dall’allora governo a guida Pd sul Rosatellum, sta lì a testimoniare che le forzature sono per così dire bipartisan. Fatto sta che il capitolo riforma elettorale in Parlamento sta per esaurirsi: martedì due voti di fiducia, mercoledì il terzo e giovedì il voto finale sul testo a scrutinio segreto per il via libera definitivo. Un passaggio ormai dato per scontato da tutti, vista la “minaccia” di Giorgia Meloni di un rapido ritorno alla urne in caso di bocciatura nel segreto dell’urna.
Non c’è dubbio che il via libera definitivo aprirà ufficialmente la lunga campagna elettorale verso la primavera. Un segnale indiretto è anche la notizia che la premier ha registrato la sua voce all’ufficio marchi Ue per tutelarsi contro possibili manipolazioni multimediali fatte con l’intelligenza artificiale (si veda la notizia in pagina). Perché la data cerchiata in rosso a Palazzo Chigi è l’election day con le comunali nelle grandi città a maggio, in anticipo rispetto alla fine della legislatura a settembre-ottobre, come ieri ha fatto capire il capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan. Forse un po’ incautamente, vista la determinazione di Lega e Forza Italia ad arrivare all’autunno 2027, da cui la “correzione” serale all’insegna di «la legislatura arriva fino in fondo»: «Il difetto per il voto a settembre è che hai poco tempo per la campagna elettorale – è il ragionamento di Malan -. E poi c’è da fare la legge di bilancio, cosa molto delicata. Per cui potrebbe esserci l’esigenza di votare a maggio e potrebbe avere un senso votare assieme alle comunali».
Quello che Malan non dice è che la nuova legge elettorale prevede un sistema per così dire double face (il copyright è del politologo Roberto D’Alimonte, che per primo ne ha scritto su queste colonne): il premio di maggioranza scatta sopra il 42% dei voti; ma se nessuno raggiunge la fatidica soglia il sistema diventa proporzionale puro stile Prima Repubblica. Ed evitare l’esercizio provvisorio è naturalmente interesse anche del Quirinale, visto che un eventuale governo di larghe intese o di emergenza nazionale tra partiti “nemici” in campagna elettorale porterebbe via alcuni mesi. Uno scenario, quello di tutti sotto la soglia del 42%, che al momento non appare così peregrino, visto che nei sondaggi, con Futuro nazionale di Roberto Vannacci oltre l’8%, la coalizione di centrodestra ondeggia già ora poco sotto o poco sopra.
Mentre in casa democratica, così come tra i renziani riunitisi nel week end a Firenze per la Leopolda, avanza il sospetto che il presidente del M5s Giuseppe Conte prepari il piano B della possibile via di fuga dall’alleanza, prima o dopo le primarie di coalizione che il Pd vorrebbe tenere a inizio anno. A che pro – ci si domanda – alzare così tanto i toni sulla questione del “mai più armi all’Ucraina” quando il Pd è per il sostegno pieno come tutta la famiglia dei Socialisti europei?
Nella serata di sabato, ad esempio, Conte era a soli otto chilometri dalla Leopolda, nella sede dell’Unione operaia a Sesto Fiorentino dove si vendevano magliette con la scritta “La Russia non è il nemico, il nemico è la guerra”, per un’iniziativa sulla pace e contro il riarmo assieme al saggista pro russo Jeffrey Sachs. Alla caccia di voti per le primarie tra il variegato popolo “pacifista” di sinistra, certo. Ma non c’è dubbio che la questione Ucraina potrebbe essere per Conte il casus belli perfetto per far saltare il tavolo e contribuire a “proporzionalizzare” il sistema. Facendo così il pieno dei voti pentastallati, voti che andrebbero in parte perduti se a guidare la coalizione sarà infine la segretaria del Pd Elly Schlein. «Il fatto è che noi abbiamo solo uno schema, quello del testardamente unitari, mentre Conte da politico scaltro gioca sempre su più tavoli», dice fuor di taccuino un preoccupato dirigente dem.
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