L’età non è uno svantaggio competitivo. Vivere a lungo è un traguardo  sociale

In una economia della conoscenza, l’esperienza è una risorsa che l’IA può estendere, ma non sostituire. Parola di Sarah Harper una delle massime esperte di “population ageing”.

Quando è che non siamo più giovani? A settant’anni? Ottanta? Oppure quando smettiamo di immaginare il futuro? Sarah Harper ribalta la domanda. Da oltre trent’anni studia come cambiano le società quando aumenta la longevità e la sua risposta è sorprendente: il problema non sono le persone che invecchiano, ma il mondo che continua a trattarle come nel Novecento.

Antropologa, demografa e direttrice dell’Oxford Institute of Population Ageing, ex giornalista Bbc – da qui la passione per la divulgazione – Harper appartiene a quella rara categoria di studiosi che non descrivono l’invecchiamento come una crisi, ma come una conquista. È il filo conduttore del suo libro più noto, How Population Change Will Transform Our World, in cui racconta come il vero cambiamento del XXI secolo non sia l’aumento della popolazione, ma la sua trasformazione, e cioè meno nascite, vite più lunghe, nuove geografie familiari, economiche e sociali. Una conquista che obbliga però a ripensare quasi tutto: lavoro, città, turismo, famiglia, tecnologia. A fine mese in Italia per il Leadership Forum al Teatro Arcimboldi di Milano, in compagnia di nomi come Fabiola Gianotti e Yuval Noah Harari, ci anticipa alcuni dei temi dei quali parlerà.

Molti esperti di longevità trattano soprattutto di salute, genetica o medicina. O di come cancellare i segni del tempo. Harper, invece, la osserva attraverso la lente dell’antropologia. L’Italia, da questo punto di vista, rappresenta quasi un laboratorio: «Entro la fine del secolo oltre metà della popolazione avrà un’età compresa tra i cinquanta e i cento anni; dati simili ad altri paesi europei. Eppure lavoriamo, viaggiamo, consumiamo, ci prendiamo cura dei figli e dei genitori seguendo regole nate quando la vita media era molto più breve». Vivendo, inoltre, in ambienti urbani inadatti alla nostra società. «Se vi dicessero che le nostre città sono state progettate per persone che non esistono più, probabilmente pensereste a un paradosso urbanistico. Invece è la realtà», spiega. Harper ha partecipato a un progetto di restyling dedicato alle stazioni ferroviarie britanniche: «Il dibattito ruotava attorno alle esigenze delle persone anziane, ma ci siamo resi conto che quei bisogni sono universali. Panchine dove fermarsi, attraversamenti pedonali che concedono qualche secondo in più, percorsi leggibili e annunci comprensibili, marciapiedi su cui non ci si debba affrettare. Quando progettiamo pensando alle persone più fragili, miglioriamo la qualità della vita di tutti: una città adatta a un ottantenne è migliore anche per un trentenne».

È da questa intuizione, apparentemente banale, che la direttrice dell’Oxford Institute of Population Ageing invita a rileggere il nostro tempo. Non come il secolo dell’invecchiamento, ma come quello dell’adattamento. Se vivremo più a lungo, come cambierà il modo di abitare? Harper immagina un progressivo sviluppo del co-housing intergenerazionale, ricordando che oggi milioni di cinquantenni e sessantenni si trovano contemporaneamente a lavorare e a prendersi cura di genitori molto anziani. Anche qui, osserva, il problema non è la longevità, ma edifici e modelli sociali pensati per famiglie che non esistono più. Come non esiste più un certo tipo di lavoro: «Continuiamo a immaginare una vita divisa in tre fasi molto nette: studio, lavoro e pensione. Ma è un modello nato quando si viveva molto meno. Oggi lavoreremo probabilmente più a lungo, quindi dobbiamo distribuire il carico in un arco di vita diverso, alternando formazione, pause e nuove carriere». Forse non è un caso che, pur tra i molti impegni e viaggi professionali, la gerontologa cerchi di ritagliarsi sempre il tempo per una passeggiata nella natura con i suoi cani, una corsa mattutina o un tuffo nelle acque gelate del mare britannico, come confessa farà subito dopo l’intervista. A proposito di viaggi, il suo punto di vista è ancora quello di dimenticare [...]

Continua a leggere su: Il Sole 24 Ore

Articoli correlati