L’IA è comoda da indossare, ma la moneta di scambio è la privacy

Occhiali, spille, anelli e altri piccoli dispositivi indossabili portano l’AI nei gesti quotidiani. È tutto molto più comodo, ma come si fa con chi non vuole esser ripreso o studiato?

Dopo i primi esperimenti fallimentari come Rabbit R1 e Humane AI Pin, arrivati probabilmente troppo presto e incapaci di convincere il mercato, l’intelligenza artificiale inizia a spostarsi dalle tasche abitate dallo smartphone a quello che indossiamo: l’AI ci sta letteralmente salendo addosso.

In attesa che Samsung e Google forniscano in questo autunno più dettagli sulla loro AI indossabile, le danze le conduce Meta che già da tempo produce smart-glasses insieme a Ray-Ban e Oakley. La novità più semplice sono i Ray-Ban Meta Audio. Non hanno fotocamera né display: sembrano normali occhiali, ma nelle stanghette nascondono altoparlanti open-ear e microfoni. Permettono di ascoltare musica e podcast, rispondere alle telefonate e soprattutto parlare con Meta AI senza prendere in mano il telefono. È forse la declinazione meno spettacolare degli AI glasses, ma anche quella più facile da immaginare nella vita quotidiana: con l’AI ci parli mentre cammini, senza avere continuamente una telecamera puntata sulle persone che incontriamo.

I Ray-Ban Meta di terza generazione, invece, sono un’altra cosa: hanno una fotocamera da 12 megapixel e, soprattutto, dovrebbero essere i primi a ricevere Muse, il nuovo agente AI personale. La differenza rispetto a un chatbot è importante: l’agente può vedere quello che vede chi indossa gli occhiali e usare questa informazione come contesto. Si può guardare lo scaffale di un supermercato e chiedere qual prodotto sia il migliore per fare una merenda vegana o la bibita più dissetante se non ci piacciono le bollicine. Muse, inoltre, non è pensato soltanto per risposte veloci perché è capace di svolgere attività in background. Possiamo chiedergli di fare ricerche complesse (come comparare voli aerei o stilare classifiche) e lui lavorerà in silenzio per poi tornare con il risultato quando avrà finito.

Non tutti gli AI wearable cercano di diventare assistenti universali. Plaud NotePin e il più recente NotePin S fanno praticamente una sola cosa: prendono appunti. Si possono agganciare ai vestiti e, premendo il dispositivo, registrano una conversazione che viene poi trasformata dall’AI in trascrizioni o riassunti e salvati come note sullo smartphone. Semplice, utilissimo e con rischio privacy ridottissimo: Plaud dichiara inoltre di non usare registrazioni, trascrizioni e riassunti per addestrare i modelli AI.

Molto più ambizioso, e potenzialmente controverso, è Scople, dispositivo sviluppato dalla startup Moxiebyte. Si tratta di una piccola unità indossabile dotata di telecamera e computer vision che osserva ciò che succede intorno a noi per trasformarlo in dati sulla nostra vita.

Può analizzare le reazioni delle persone durante una conversazione, rilevare sguardi e punti d’attenzione e tentare di interpretare le emozioni. Un venditore potrebbe usarlo per capire quali parti di una presentazione hanno suscitato maggiore interesse oppure chi parla in pubblico per analizzare le reazioni degli astanti; inoltre, l’app può produrre mappe e resoconti che confrontano il modo in cui le persone reagiscono a diversi stili di comunicazione.

Scople prova, però, ad andare oltre le relazioni sociali. Può analizzare ciò che mangiamo, confrontare il tempo trascorso davanti al computer con quello passato all’aperto o con altre persone e, più in generale, costruire statistiche sulle abitudini quotidiane. Moxiebyte ha costruito il suo prodotto proprio attorno a al tema più discusso: la privacy. Le foto potranno anche esser cancellate dopo l’uso, ma per ottenere un’informazione da un volto bisogna comunque analizzarlo: possiamo farlo senza un consenso? Questa stessa domanda si estende a molti degli usi di questi nuovi indossabili AI e siamo sicuri che genereranno un bel po’ di rumore nei prossimi mesi. Chi avrebbe mai pensato che la nuova mela della discordia sarebbe potuta essere un paio di occhiali o una spilla?

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