«Liberi di scegliere è un precedente a livello mondiale». Così bambini e donne fuoriescono dai contesti mafiosi

Il giudice minorile Roberto di Bella, che creò il primo protocollo per allontanare figli e mogli dalle famiglie di mafia, segue l’evoluzione normativa del suo progetto. Indispensabile una formazione multidisciplinare per magistrati, avvocatura, assistenti sociali

Da protocollo temporaneo e limitato a legge per la protezione di minorenni e donne pronte a uscire dai contesti della criminalità organizzata. “Liberi di scegliere” dal 17 luglio 2026 è una norma italiana (n.131) approvata all’unanimità dal Parlamento. E chi, nel 2012, l’ha ideata nella sua forma originaria oggi tradisce una grande emozione.

«Ci hanno detto di tutto, che violavamo le norme, che deportavamo i minori, che eravamo degli avventurieri del diritto e invece il tempo e i risultati ottenuti hanno dimostrato che potevamo offrire davvero un’alternativa ai figli e alle donne dei boss. Che potevamo contrastare la devianza minorile interrompendo la trasmissione della cultura mafiosa»: Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Catania dal 2020, ha diretto per 25 anni, prima del suo trasferimento in Sicilia, lo stesso ufficio giudiziario di Reggio Calabria.

Territori ad alta pervasività mafiosa, dove Di Bella ha messo a punto una serie di misure di tutela transitorie, come l’allontanamento dei figli dalle famiglie mafiose e provvedimenti di decadenza o di limitazione della responsabilità genitoriale. «Così abbiamo salvato più di 200 bambini e 34 donne. L’obiettivo è sempre stato quello di proteggere in primis i più piccoli, tutelandone l’integrità emotiva e fisica, proponendo percorsi in comunità o in famiglie affidatarie, oltre i confini regionali, sollevando tante volte le madri da responsabilità troppo difficili da assumere. Molte di loro sono vedove bianche, prigioniere delle famiglie, con i mariti all’ergastolo».

Il protocollo, che negli anni si era esteso da Reggio alle procure di Napoli, Catania e Milano, è stato studiato dalla Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, vagliato dal Comitato cultura della legalità e protezione dei minori, coordinato dalla senatrice del Partito democratico Enza Rando. Così è diventato una legge dello Stato. «Ero in aula quando Liberi di scegliere è stato votato all’unanimità. Una forte emozione, per il lavoro svolto fino a quel momento e per i minori e le madri cui abbiamo dato una speranza. La legge rappresenta un precedente a livello mondiale, non esiste niente di simile in nessun altro ordinamento – aggiunge Di Bella -. Ora sono necessari dei percorsi di formazione multidisciplinare per magistrati, avvocatura, assistenti sociali, psicologi, insegnanti. La norma può diventare una pietra miliare nelle strategie di prevenzione del disagio giovanile».

In caso di arresti per fatti di mafia o più in generale di criminalità organizzata di genitori di minori, ad esempio, è previsto che le ordinanze di custodia in carcere o ai domiciliari siano subito trasmesse ai tribunali per i minorenni.

«Facciamoli i nomi dei Brusca, dei Messina Denaro, dei De Stefano. Solo per citarne alcuni. Sono le stesse famiglie da oltre un secolo, sempre gli stessi cognomi: ho processato prima i padri, poi i figli – racconta Di Bella, che a Liberi di scegliere ha dedicato un libro scritto a quattro mani con Monica Zapelli per Rizzoli -. Era necessario interrompere gli effetti della “continuità generazionale”, l’indottrinamento mafioso che si produce all’interno di molti nuclei familiari».

A sostegno della nuova legge sono disponibili ora finanziamenti cospicui, 10mln l’anno: le donne possono trasferirsi e avere un alloggio, un assegno di mantenimento e, soprattutto, cambiare cognome con documenti di copertura per la ricerca di un lavoro. Il terzo settore, e l’associazione Libera in particolare, da sempre coinvolta nel programma, sarà al loro fianco. «In molti casi è importante tutelare le madri che rischiano di essere intercettate, mentre un nuovo cognome potrà proteggere la loro identità. Sono misure queste – spiega ancora Roberto Di Bella – che si applicano a chi non può entrare nei programmi di protezione, destinati invece a quanti rendano dichiarazioni rilevanti all’autorità giudiziaria. Nessuna equiparazione. Nel caso di Liberi di scegliere è sufficiente manifestare la volontà di affrancarsi dai contesti criminali, senza alcuna utilità processuale per lo Stato».

Come fu, invece, per Lea Garofalo con sua figlia Denise, morta di recente suicida, sopraffatta da un dolore insopportabile: Lea, originaria di Petilia Policastro, vittima di ‘ndrangheta e testimone di giustizia, nel 2006 fu esclusa insieme alla figlia dal programma governativo in cui era entrata per qualche anno dopo aver reso importanti dichiarazioni sulla propria famiglia e su quella del compagno. Grazie alla vicinanza dell’ufficio legale di Libera e dell’avvocata Enza Rando, la donna era poi rientrata per un breve periodo nella protezione, per abbandonare infine dopo circa un anno il suo difficile esilio. Dalla confessione di Carlo Cosco sappiamo come sia andata a finire il 24 novembre 2009. Quello della protezione dei testimoni di giustizia è un programma che, come denuncia l’associazione nazionale che li riunisce, presenta molte falle. Chiedono sostanzialmente di non essere dimenticati, più supporto e sicurezza. Sono in attesa di un incontro con il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni.

«A un certo punto abbiamo capito che per combattere la mafia non bastava il 41 bis. Bisognava risalire alla genesi del fenomeno, trasformando il problema in questione sociale e culturale. Servono scelte educative radicali e nuovi orizzonti sociali, affettivi e psicologici – conclude il presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, al quale la Rai ha dedicato un film, con Alessandro Preziosi nei suoi panni -. Serve un’alternativa vera a chi va incontro a carcerazioni, lutti, latitanze certe. Tante volte i padri più amorevoli, dalle celle delle carceri, ringraziano».

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