L’impatto del caldo nelle carceri: da Rebibbia a San Vittore, a Sassari, ecco la fotografia dell’emergenza

Il sistema penitenziario italiano, mette in evidenza l’Associazione Antigone nel rapporto di metà 2026, ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. Al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%

Le temperature estive gravano in modo significativo sulle strutture detentive, rendendo ancora più dure le condizioni di vita delle persone detenute. Presso la Casa circondariale femminile di Rebibbia, nel reparto Camerotti, situato al primo piano della struttura, le temperature estive soffocanti si sommano a un sovraffollamento sistematico, con presenze che arrivano fino a 5 persone in camere destinate a 3, e alla presenza di detenute affette da patologie pregresse, alimentando costanti fattori di tensione interna. Una dinamica analoga si riscontra alla Casa Circondariale di Milano San Vittore, dove la morsa del caldo si rivela particolarmente accentuata e problematica in corrispondenza degli ultimi piani dell’edificio. Presso la Casa di Reclusione di Bancali, a Sassari, i detenuti sono arrivati a mettere i materassi sul pavimento nel tentativo di trovare un po’ di refrigerio.

In generale, il sistema penitenziario italiano, mette in evidenza l’Associazione Antigone nel rapporto di metà 2026, ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. Al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%.

Si tratta, ricorda Antigone, di numeri che non si registravano dal 2013, anno della condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti.

La Puglia guida il primato negativo con un tasso del 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili, con picchi allarmanti a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%). Inoltre, nelle 72 visite effettuate da Antigone negli ultimi dodici mesi, è emerso che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 metri quadrati a persona.

A testimoniare questa condizione vi sono i numeri dei reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per i trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone recluse: 6.539 nel 2025, il 12% in più del 2024.

Nei mesi estivi, sottolinea l’associazione, la vita in carcere si trasforma in un’esperienza al limite della sopravvivenza. Oltre il 60% della popolazione detenuta è sottoposto al regime di “custodia chiusa” (un dato cresciuto negli anni dopo i negativi passi indietro rispetto al regime delle “celle aperte” e della “sorveglianza dinamica”), trascorrendo la maggior parte della giornata in celle sovraffollate con temperature che superano i 40 gradi. In alcuni istituti poi le finestre delle celle risultano schermate e questo impedisce anche il passaggio di aria. La cronica carenza di ventilatori, preclusi all’acquisto per centinaia di detenuti indigenti, trasforma le camere in veri e propri forni. A questo si aggiunge la direttiva del DAP del 23 aprile 2026, che ha vietato la presenza di frigoriferi all’interno delle celle e dei corridoi, limitandone l’uso agli spazi comuni. Questo impedisce ai ristretti di avere accesso autonomo all’acqua fresca, soprattutto nelle ore notturne, costringendoli all’intermediazione del personale.

A queste condizioni si sommano carenze igienico-sanitarie indegne: infestazioni di cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa, e persino gravi carenze idriche, come registrato nel carcere di Milano Opera, dove il servizio idrico è stato interrotto per un guasto, costringendo all’uso di bottiglie d’acqua della Croce Rossa.

In estate poi, con il blocco alle attività scolastiche e il rallentamento anche di molte attività di volontariato, le persone detenute sono sempre più sole in un’apatia generalizzata che è anche un vettore per i suicidi.

In questa situazione, il dramma è dietro l’angolo. Nei primi sette mesi del 2026, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane è stata una ragazza di appena 21 anni a Trento, il più anziano un uomo di 73 anni a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, evidenziando una loro maggiore vulnerabilità. Anche l’autolesionismo è in forte aumento, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici.

Articoli correlati