
Il gruppo newyorchese torna con un nuovo album per chi è amante delle chitarre e del decadentismo post-Duemila
L’estate sta finendo, ma ci regala ritorni interessanti come “Lost Weekend” di Phoebe Bridgers e “Massive Champion” dei Getdown Services. In questa lista si prendono il loro posto anche gli Interpol. Con un esordio sontuoso, oscuro ed elegante, nel 2002 il gruppo newyorchese ammaliava una generazione che in casa aveva i dischi postpunk dei genitori. Se “Turn on the Bright Lights” si è preso sin da subito il titolo di capolavoro, il successivo “Antics” del 2004 ne replicava in parte la maestosità. Nei due decenni successivi gli Interpol hanno costruito uno status di band di culto, arrivando nel 2024 a radunare centosessantamila persone a Città del Messico. Questo nonostante una serie di album dal sound piuttosto statico, seppur capaci di regalare brani intensi come “Pioneer to the Falls” o “All the Rage Back Home”. Il discorso cambia con “This Mirror Weighs a Ton”, probabilmente grazie anche alla produzione di Andrew Wyatt, già al lavoro con molti artisti, tra cui Rosalía e Charli Xcx. Quest’ultima ha da poco pubblicato l’interessante “Music, Fashion, Film”, il disco “post-Brat” in cui riflette sul rapporto tra fama, identità e immagine pubblica, spingendosi verso territori decisamente più rock.
Vecchi cavi per internet Dsl, acciaio e telecamere a circuito chiuso: l’artista americana Addie Wagenknecht ha utilizzato questi materiali per la sua opera Asymmetric Love Number 2 del 2013. Il risultato è una sorta di lampadario da “1984” che fa riflettere su come le nostre relazioni interpersonali siano soggette al monitoraggio social e digitale. Il lavoro è stato scelto per la copertina di “This Mirror Weighs a Ton”, titolo che arriva dal processo [...]
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