A Berlino l’artista serba porta in mostra dalla malinconia per la dissoluzione della Jugoslavia, alla sensualità e alle tradizioni balcaniche
La si ama o la si odia. Ma la si attraversa, comunque, vivendola. E l’amore per Marina Abramović vince: Balkan Erotic Epic. The Exhibition — la prima personale dell’artista a Berlino dal 1990 — è stata prorogata fino al 30 agosto per l’enorme richiesta di pubblico. A ottobre 2026 ne arriverà anche una versione teatrale di quattro ore, in scena all’Haus der Berliner Festspiele.
Abramović non sbaglia un colpo, né nei tempi né nei modi: un prodotto perfettamente confezionato, capace di colpire e dividere. Un successo, comunque lo si legga. C’è però, questa volta, un dettaglio che invita a un confronto quasi inevitabile: nello stesso edificio dove l’artista serba risiede a Berlino vive anche Gabriele Stötzer, figura di riferimento della resistenza femminile nella Berlino Est — a sua volta protagonista in questi mesi di una grande retrospettiva al Gropius Bau. Una prossimità che, quasi per riflesso, restituisce nuova luce alla mostra di Abramović, accentuandone la magnificenza e la presenza scenica.
La mostra si apre con un impatto immediato: la videoinstallazione Tito’s Funeral occupa l’intero cortile centrale con immagini, in lento e impercettibile movimento, delle “Narikače” — le prefiche della tradizione balcanica, storicamente incaricate di dare voce al dolore collettivo — mentre si battono il petto piangendo la morte di Tito, il maresciallo che guidò la Jugoslavia socialista dal secondo dopoguerra fino alla morte, nel 1980, evento che anticipò di un decennio la dissoluzione del Paese nei conflitti degli anni Novanta. Il ritmo sordo di quel battito collettivo genera uno stato quasi ipnotico, in cui la tensione si carica di un’ambigua energia sessuale. Il corpo diventa luogo di estasi sociale e politica, e l’energia erotica strumento per elaborare una perdita storica.
L’installazione rende evidente quanto il trauma della dissoluzione jugoslava, la figura di Tito e la memoria dei Balcani continuino ad attraversare il lavoro dell’artista, che torna così alle proprie origini attraverso usanze, miti e credenze pagane di diversi Paesi della regione. L’erotismo diventa qui strumento con cu
i le comunità affrontano la morte, garantiscono la fertilità e ristabiliscono l’equilibrio del mondo naturale.
Il percorso si articola in tre sezioni. Si apre con un segnale netto sulla potenza femminile, oltre i ruoli attribuiti nei secoli: una figura in ceramica ritrovata nel 2001 nel villaggio macedone di Macevo, la cui silhouette richiama la forma di una vulva. Abramović ne ribalta il significato tradizionale — simbolo di fertilità e buona sorte — trasformandolo in emblema di forza e resistenza.
Nelle sale successive, un linguaggio grottesco e volutamente didattico — affidato a un cartone animato — presenta l’espressione sessuale come atto quasi ecologico, in cui la terra, essere vivente, viene nutrita e risvegliata attraverso rituali erotici. Pene e vulva diventano simboli di energia cosmica ed elementi protettori della terra; il video si chiude su un’immagine desolata, una sorta di cimitero — o foresta — di falli.
Il tema del corpo tra vita e morte ritorna in Nude with Skeleton, performance del 2002 in cui l’artista giace sotto uno scheletro, richiamando il rituale tibetano dei monaci che dormono accanto ai defunti per allenare la mente ad accettare la propria fine.
Cinquant’anni di percorso
L’esposizione mette il lavoro più recente sul corpo in dialogo con tre opere storiche che segnano altrettante tappe fondamentali della ricerca di Abramović. Rhythm 5 (1974) fu una delle prime performance in cui l’artista mise il proprio corpo a rischio reale, perdendo i sensi all’interno di una stella a cinque punte in fiamme — episodio che sancì il suo interesse per i limiti fisici e la soglia tra controllo e abbandono. Lips of Thomas (1975, poi ripresa nel 2005) resta una delle sue performance più radicali, costruita attorno ad azioni di autolesionismo rituale e resistenza fisica, spesso citata come manifesto dell’uso del dolore come linguaggio artistico. Spirit Cooking (1996), tra le opere più controverse e discusse della sua carriera, si presenta invece come un insieme di “ricette” concettuali scritte sul muro, a metà tra rituale magico e provocazione linguistica.
Il confronto con questi tre lavori permette di leggere la produzione più attuale di Abramović in una prospettiva di lungo corso, facendo emergere l’evoluzione di alcuni temi ricorrenti nella sua intera carriera.
La mostra è accompagnata dalla pubblicazione On the Erotic, che raccoglie un’intervista all’artista insieme a testi della curatrice Agnes Gryczkowska e di Audre Lorde, Svetlana Racanović, Silvia Federici, Mithu M. Sanyal, Elizabeth M. Stephens e Annie M. Sprinkle — un apparato critico che colloca il lavoro di Abramović in dialogo con il pensiero femminista e postcoloniale contemporaneo.
Marina Abramović, Balkan Erotic Epic. The Exhibition, Berlino, Gropius Bau, fino al 30 agosto 2026.
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