
Nella frazione di Cattabiano si succedono case e generazioni. Nella memoria di un poeta e scrittore i movimenti registrati dal catasto si mescolano con quelli del cuore e del cervello
Nella mappa catastale del 1887 la frazione di Cattabiano, a mezza collina dove il letto del torrente Parma è ancora largo da sembrare un fiume, prima di salire verso Corniglio via via stringendosi e cambiando forme e carattere, non sembra molto diversa da come è oggi: una minuscola piazzetta occupata su un lato per intero dalla grande casa antica della famiglia R. e da poche casette appoggiate l’una all’altra, come a tenersi su per non cadere, sull’altro.
Attorno, da ogni lato, preme il podere R., con i suoi vasti campi e i boschi ben disegnati. La piccola piazza con le case che la contengono sembrano essere i soli luoghi adatti alla vita di uomini e donne, padroni e mezzadri. Oltre la ‘vera’ delle case c’è il Regno della Natura, dove gli umani sono soltanto ospiti.
Tutto sembra uguale a come è adesso. Ma se guardo meglio il tracciato secco e preciso, senza fantasia, capisco che non è così, né potrebbe esserlo. Anche qui a Cattabiano dove tutto sembra uguale un anno dopo l’altro, una generazione via l’altra, niente è rimasto com’era nel 1887, l’anno della nascita di Antonio R., primogenito di Sesto e della Contessa Teresa Cavatorta della Valle di Castrignano, designato erede dei beni e delle terre di famiglia, quarantatré anni prima della sua morte.
I dettagli della mappa rivelano e allo stesso tempo deludono. Molti elementi non coincidono più: la forma attuale della casa padronale con gli annessi piccoli edifici di servizio; la stalla che chiude l’aia verso la Fossa di Rì; le rotte delle carraie che portano ai prati maggiori, il Madone, il Canapaio, la Vigna vecchia, la Piana del Massone; la strada principale del paese, modificata nel 1920 per rendere più facile l’accesso all’abitato. E poi l’edificio affacciato sulla piazzetta detto Pellegrone, una massiccia costruzione in pietra del primo Cinquecento con le finestre piccole e il largo tetto in piane di ardesia. Venne smontato subito dopo l’ultima guerra per far posto alla nuova chiesa, più comoda per la famiglia R. rispetto a quella del tardo Seicento, modesta certamente pur con una sua elegante sobrietà, ma giudicata senza appello troppo distante dal paese e dunque sacrificabile. Maria, vedova giovane di Antonio R., voleva pregare vicino a casa, in comodità, per questo aveva donato alla Curia il Pellegrone con il suo perimetro arboreo, dove regnava una quercia monumentale vecchia di almeno tre secoli, affinché lì sorgesse la nuova “casa di Nostro Signore”. Così, forse senza rendersene conto, per comodità Maria aveva decretato insieme alla fine della memorabile pianta anche l’abbandono di quell’antica chiesetta, che tra il resto aveva avuto anche il merito di preservare un torrione d’avvistamento tardo medioevale trasformandolo in campanile. La comodità della preghiera a volte comporta duri sacrifici, evidentemente.
Guardo la mappa e vorrei vedere di più. L’abitudine alla modalità Street View di Google Maps mi ha abituato a un’esplorazione piena di sorprese anche se virtuale, adatta all’immaginazione anche se falsa, e sento una specie di crescente delusione andando da un punto all’altro del foglio di carta telata, da un prato all’altro lungo il tracciato delle strade carraie. Vorrei vedere, ancora nel 1887…
Seguo la via che dalla ‘vera’ delle case sale alla chiesa vecchia e al cimitero, dove stanno i morti della famiglia R. Pochi centimetri, sei o settecento metri. A destra della chiesa, appena prima del bivio sempre in ombra che conduce a Pantera (il luogo più misterioso in quel mondo dominato dal verde, adatto alle fantasie di un bambino incline alla malinconia e nutrito di esotismo salgariano), si apre il grande prato con la vista più sorprendente tra quelle del podere: un lungo tratto di torrente, la macchia scura di castagni secolari attorno a Orzale, l’imponente foresta verticale del Monte Fuso con il dente fortificato e in rovina della Rocca di Belvedere sopra Rusino; più in fondo, lontano da tutto, immobile, l’Alpe di Succiso.
Il prato oggi non ha nome, forse non l’ha mai avuto. Sul documento è indicato come particella n. 180, e riserva una sorpresa: il perimetro di due edifici ora scomparsi, uno principale e l’altro di servizio, fanno coincidere un’opaca leggenda famigliare con l’evidenza documentale, asettica, senza errore.
Ecco la casa principale della famiglia R. abbandonata intorno al 1870 senza una ragione apparente. Pellegrino R., fratello minore di Antonio, raccontava che da bambino, una mattina d’inverno del 1910 limpida e gelata, indelebile nella sua memoria, aveva assistito alla demolizione di questo edificio antico, già in buona parte smontato per riusarne il materiale edilizio nell’ampliamento della casa in paese, quella che da lì in avanti sarebbe stata la loro casa. Ciò che restava ancora in piedi lo fecero crollare usando un tiro di buoi. Assicurate con una vera e propria vestizione rituale le funi a sei bestie da una parte e alla prima colonna del porticato dall’altra, avevano aspettato che la forza degli animali vincesse sulla memoria di chi aveva costruito secoli prima quei muri di pietra. Vista così la vicenda sembra un rito di passaggio, la chiusura definitiva di conti ancora in sospeso. Ad un certo punto qualcuno in famiglia aveva deciso per tutti e aveva sacrificato il teatro di accadimenti da non ricordare. Cancellando la casa degli avi qualcuno aveva cercato di salvare le generazioni future. Cosa sia davvero successo e quando, se tutto sia riconducibile alla vita breve, tormentata e deplorevole di Dositeo R., epilettico, come si legge sul registro del censimento comunale, non si può dire e nemmeno supporre.
Nel ricordo di Pellegrino l’accaduto e le sue ragioni profonde non erano discutibili. Lui che in età adulta sarebbe diventato per tutta la famiglia un solido esempio di equilibrio, capacità di giudizio, umanità profonda, ricordava quel rito invernale come una festa gioiosa, una cosa buona per tutti. Come a dire: saremo più felici, saremo sempre vivi, in un altro mondo lontano da qui. Ma sempre a Cattabiano.
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