Microbiota «specchio» delle malattie killer: perché serve un dietrofront sui cibi processati

Dal diabete ai tumori l’ecosistema intestinale anticipa le patologie croniche che uccidono milioni di persone: dai gastroenterologi del Gemelli l’appello per un cambio di passo dall’agricoltura alla ricerca

Le malattie non trasmissibili causano ogni anno 43 milioni di decessi nel mondo, eppure uno dei loro principali fattori biologici – l’alterazione del microbioma intestinale dovuta a elementi ambientali modificabili – è ancora sottovalutato dagli attori del settore sanitario. È urgente invece tradurre le conoscenze scientifiche sul microbioma in azioni concrete che coinvolgano tutti i soggetti interessati: dagli enti preposti alla sicurezza alimentare alle autorità di sanità pubblica e ai decisori politici. Questa l’analisi e l’appello lanciato da tre generazioni di scienziati della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli Irccs e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in una ricerca pubblicata su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology, la più autorevole rivista mondiale nel campo della gastroenterologia.

I ricercatori dimostrano che il microbiota intestinale non è solo associato alle malattie croniche: le anticipa. E identificano nel cibo ultra-processato e nei suoi additivi industriali il principale responsabile della distruzione silenziosa dell’ecosistema biologico umano. Non solo: mettono in fila una serie di proposte concrete – una road map – per invertire la rotta anche dal punto di vista delle scelte di politica economica sanitaria da attuare. La posta in gioco è duplice e cruciale: la salute di milioni di persone, anche in Italia, così come la sostenibilità dei sistemi sanitari sempre più gravati dal peso della cronicità coniugato all’invecchiamento della popolazione.

Il microbiota intestinale — l’ecosistema di 38 trilioni di microrganismi che vive nel nostro intestino — è il più preciso strumento diagnostico che la medicina abbia mai avuto. Non perché rilevi la malattia già presente, ma perché la vede arrivare anni, a volte decenni, prima che si manifesti. Il meccanismo si chiama metainfiammazione: uno stato infiammatorio cronico, silenzioso, invisibile agli esami standard, che erode progressivamente il metabolismo, il sistema immunitario e il sistema nervoso. Quando il paziente arriva con il diabete, l’infarto o il tumore, questo fuoco biologico bruciava già da tempo.

«Le firme biologiche della metainfiammazione potrebbero essere rilevabili anni, o addirittura decenni, prima che la malattia si manifesti clinicamente. Questo apre prospettive concrete per una medicina realmente anticipatoria, preventiva e personalizzata. Non aspettiamo la malattia: la intercettiamo prima che arrivi», spiega Antonio Gasbarrini, direttore scientifico Fondazione Gemelli Irccs e professore in Medicina interna all’Università Cattolica.

Gli alimenti ultra-processati — che in molti Paesi rappresentano già più della metà delle calorie consumate — non danneggiano la salute solo per la loro composizione nutrizionale. Lo fanno attraverso gli additivi industriali: emulsionanti, dolcificanti artificiali, conservanti e coloranti che alterano il microbiota con meccanismi molecolari oggi documentati con precisione scientifica. Il paradosso denunciato dalla ricerca è sconvolgente: questi additivi sono stati approvati dai regolatori — Efsa in Europa, Fda negli Stati Uniti — senza mai misurare il loro effetto sull’ecosistema intestinale umano. I protocolli di sicurezza alimentare sono stati scritti prima che la scienza del microbiota esistesse. Non sono stati aggiornati.

«Il loro impatto sul microbiota e sulla barriera intestinale non è un effetto collaterale trascurabile. È un meccanismo patogenetico primario. Stiamo permettendo la ristrutturazione industriale del microbiota umano su scala di popolazione senza misurarne le conseguenze. Questo deve finire». afferma Gianluca Ianiro, dirigente medico Uoc Cemad, Fondazione Policlinico Universitario Gemelli Irccs e ricercatore in Gastroenterologia alla Cattolica

«Quello che la scienza del microbiota sta rivelando oggi e cioè che la salute è una proprietà dell’ecosistema, non solo dell’organismo, è la più profonda rivoluzione concettuale che abbia incontrato in sessant’anni di pratica clinica e di ricerca. Non è un’ipotesi: è la realtà biologica che aspettava di essere misurata», prosegue Giovanni Gasbarrini, Professore Emerito di Medicina interna, Università Cattolica del Sacro Cuore.

La ricerca non si ferma alla denuncia. Propone una call to action in cinque pilastri:

1. Educazione — riformare l’alfabetizzazione nutrizionale integrando la scienza del microbioma, a partire dalle scuole.

2. Agricoltura — ristrutturare i sussidi agricoli per incentivare la produzione di alimenti freschi e minimamente processati.

3. Sanità — introdurre lo stewardship degli antibiotici con metriche di protezione del microbioma; avviare programmi strutturati di deprescrizione degli inibitori di pompa protonica.

4. Economia — tassare gli additivi alimentari con documentato potenziale disbiotico; rimborsare i percorsi di prevenzione basati sul microbioma.

5. Ricerca — istituire linee di finanziamento pubblico dedicate alla prevenzione microbioma-malattie croniche, con coorti longitudinali e trial di intervento.

«Chiediamo che la valutazione di sicurezza degli additivi alimentari includa valutazioni standardizzate sul microbiota. Chiediamo che vengano valutati gli effetti delle miscele di additivi in un contesto reale. E chiediamo di superare la separazione tra regolamentazione nutrizionale e sicurezza alimentare: non si può dichiarare sicuro un alimento guardando solo i macronutrienti e ignorando quello che fa all’ecosistema intestinale», avvisa Antonio Gasbarrini. Che precisa: «Il microbiota intestinale è lo specchio biologico più preciso che la medicina abbia mai avuto. Oggi ci restituisce un’immagine allarmante: milioni di morti prevenibili ogni anno, bambini il cui ecosistema intestinale è già compromesso prima di entrare a scuola, e un quadro regolatorio che ha permesso tutto questo senza mai misurarne le conseguenze. Nonostante un decennio di evidenze scientifiche consolidate, la medicina e i decisori non hanno ancora risposto. L’era della medicina ecologica deve iniziare ora — non per produrre nuova scienza, ma per salvare vite».

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