Migranti, l’Istat: la popolazione italiana tiene solo grazie agli stranieri. Boom dal Marocco

Saldo con l’estero a +296mila unità: compensa quasi alla virgola il deficit di nascite. Mezzogiorno: persi 150mila giovani laureati. Mobilità interna in ripresa, ma il motore sono gli stranieri

Il pareggio demografico dell’Italia è un travaso. Nel 2025 il saldo migratorio con l’estero sale a +296mila unità – dai +263mila dell’anno precedente – e compensa quasi alla virgola il deficit naturale certificato dagli indicatori demografici Istat: 355mila nascite contro 652mila decessi, circa -296mila. Risultato: popolazione inchiodata a 58,9 milioni di residenti, appena 636 in meno in un anno.

La fotografa il rapporto Istat sulle migrazioni interne e internazionali. Il messaggio è netto: il Paese sta in piedi solo per l’immigrazione. Il saldo estero degli stranieri vale +348mila unità; quello degli italiani resta negativo di 53mila.

Il primo Paese di provenienza è il Bangladesh, con 37mila ingressi (+22%). Il Marocco – in questi giorni travolto dalle polemiche per il caso di Ceuta – balza al secondo posto con 36mila arrivi e una crescita del 48,4% in un solo anno.

Corre tutta la direttrice asiatica (+18,6%), con Pakistan a +20%, India a +22,7% e Perù a +15,7%, mentre si sgonfiano i canali storici europei: -33,9% dall’Ucraina, con il progressivo ridimensionamento dei flussi straordinari legati al conflitto, e -18,8% dalla Romania.

La mappa dei flussi verso l’Italia, dunque, si sta ridisegnando.

l calo dall’America latina (-15,7%) porta la prima firma normativa misurabile: la stretta sullo Ius sanguinis (Dl 36/2025, convertito nella legge 74/2025) ha ridotto l’automatismo del riconoscimento della cittadinanza per discendenza, soprattutto per gli italo-discendenti di Brasile e Argentina.

Il capitolo uscite consegna il dato più vistoso e più insidioso: gli espatri degli italiani crollano a 109mila, il 22,7% in meno rispetto al picco di 141mila del 2024. Ma quel picco era figlio delle nuove sanzioni sulla mancata iscrizione all’Aire – da 200 a mille euro per ogni anno di ritardo, introdotte dalla legge 213/2023 – che avevano spinto migliaia di connazionali già all’estero a regolarizzare la propria posizione anagrafica. Il ritorno a quota 109mila non è un’inversione: riporta le uscite nel corridoio degli ultimi dieci anni, tra 94mila e 122mila l’anno. La bolla statistica si è sgonfiata; l’emorragia no.

La serie storica misura la perdita vera. Tra il 2015 e il 2025 sono emigrati 1 milione 249mila cittadini italiani e ne sono rientrati 607mila: un passivo netto di 642mila persone, l’equivalente di una città come Palermo. Nello stesso periodo il saldo degli stranieri è positivo per 2,78 milioni. Non un anno storto, ma un ricambio lento e strutturale, certificato registro anagrafico dopo registro anagrafico.

Il 33,9% degli espatri – 37mila su 109mila – riguarda cittadini italiani nati fuori dai confini. I flussi verso Brasile e Argentina sono composti quasi per intero da nati all’estero (95,2% e 96%): mobilità legata all’acquisizione della cittadinanza e alla riattivazione dei legami con il Paese d’origine. Ma c’è anche il fenomeno inverso: i naturalizzati che usano il passaporto italiano come piattaforma di mobilità europea. Tra gli espatriati nati in Africa, il 43,9% sceglie la Francia; tra i nati in Asia, il 59,9% va nel Regno Unito.

Anche la classifica delle destinazioni cambia, ma per sottrazione. La Spagna diventa la prima meta degli espatri italiani (12,2%) non perché attragga di più – i flussi verso Madrid e dintorni calano del 22,3% – ma perché crollano Regno Unito (-38,5%) e Germania (-36,8%).

Tra il 2019 e il 2025 il Sud ha perso 150mila laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. La voce più pesante non è l’estero (-28mila) ma il resto d’Italia: -122mila verso il Centro-Nord, oltre quattro volte tanto. La rotta del capitale umano meridionale porta a Milano prima che a Londra.

Il Nord fa il percorso opposto: perde 49mila laureati verso l’estero ma ne incassa 108mila dal Mezzogiorno e chiude a +59mila. La Lombardia guida con +40mila; all’estremo opposto la Campania, che lascia sul terreno 42mila giovani laureati tra deflusso interno (-34mila) ed estero (-8mila). Una regione forma, l’altra impiega.

A livello nazionale il bilancio dei laureati 2019-2024 resta positivo per un soffio – poco meno di 10mila unità – solo grazie ai +88mila giovani laureati stranieri che compensano i -78mila italiani. Con un’avvertenza che l’Istat mette nero su bianco: dei titoli di studio degli stranieri non si conoscono l’indirizzo, il Paese di conseguimento, né la coerenza con l’occupazione poi svolta in Italia.

Il conto corrente tra Sud e Centro-Nord resta in rosso anche sui numeri complessivi: 112mila trasferimenti in uscita contro 67mila in entrata, 45mila residenti persi in un anno. La Calabria guida la classifica dell’emigratorietà con quasi otto partenze ogni mille abitanti; Crotone, con il 9,5 per mille, è la provincia da cui si parte di più.

I trasferimenti di residenza tra Comuni tornano a crescere: 1 milione 455mila nel 2025, +5,1% sull’anno precedente. La spinta però non è distribuita: gli spostamenti degli stranieri aumentano del 14,8%, quelli degli italiani del 3%. Risultato: gli stranieri firmano il 19,5% della mobilità interna pur rappresentando il 9,4% della popolazione residente (una propensione doppia, che li conferma come la componente territorialmente più flessibile del mercato del lavoro).

Le direttrici non cambiano: l’Emilia-Romagna resta la regione più attrattiva (+2,1 per mille), Pavia la provincia record (+5,3). All’opposto Basilicata (-5,5) e Calabria (-3,8), con Matera maglia nera provinciale (-6,3).

I dati 2025 sono provvisori: il consolidamento definitivo arriverà con il riallineamento al Censimento permanente. Ma la fotografia è già nitida. L’Italia che si muove è sempre più straniera; e quella che parte, sempre più spesso, l’italiano ce l’ha nel passaporto prima che nella biografia.

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