
Allo studio progetti con Danimarca, Austria e Olanda. La proposta oggi alla call straordinaria dei ministri dell’Interno
Ceuta è un’emergenza, ma per il Governo di Giorgia Meloni è anche un’occasione: quella di accelerare sulla messa a terra del nuovo regolamento Ue sui rimpatri, spingendo sull’apertura già nel 2027 di “return hub” per i migranti in Paesi terzi. Non più l’Italia da sola, come in Albania, ma unendo le forze con altri Stati che remano nella stessa direzione, a cominciare da Danimarca, Austria e Olanda.
Alla videocall straordinaria convocata dalla presidenza irlandese del Consiglio Ue dopo la lettera di 22 Paesi promossa sabato dalla premier Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen (insieme copresiedono il gruppo informale sulle migrazioni che si riunisce prima di ogni Consiglio europeo), il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, illustrerà oggi la posizione italiana. Già in parte anticipata nella missiva, dalla stessa Meloni e ieri dall’ambasciatore di Roma alla riunione preparatoria del Coreper. E basata sulla linea dura a livello europeo: controllo dei confini, lotta ai trafficanti, rimpatri più efficaci, tempestiva attuazione della Dichiarazione di Chisinau per adeguare il quadro giuridico internazionale alle sfide poste dalla moderna migrazione irregolare. Ossia rivedere le convenzioni sui diritti umani: un pallino di Meloni già lanciato lo scorso anno dal palco dell’assemblea Onu di New York. «Dall’integrità delle frontiere esterne dipende il corretto funzionamento dello spazio Schengen», ha scandito il rappresentante di Roma.
Ma è un altro l’obiettivo concreto che Meloni punta a incassare, come filtra da Palazzo Chigi: procedere rapidamente, con la benedizione della Commissione Ue, al decollo di progetti pilota per l’istituzione di return hub nei Paesi terzi. Come i centri nati a Shëngjin e Gjadër grazie al protocollo Italia-Albania, ma stavolta anche cogestiti da due o più Stati e finanziati con fondi Ue. Con l’Italia si muovono, sulla stessa lunghezza d’onda, innanzitutto Frederiksen, l’Austria e l’Olanda. E guardano ai Paesi dove primissime trattative sono già state avviate: dal Ruanda all’Uganda, fino al Ghana. Tutto accompagnato dallo sprint agli accordi bilaterali e agli investimenti nei Paesi di origine e transito modello Piano Mattei, con la promessa di agevolazioni sui dazi.
Per la premier italiana l’ideale sarebbe poter inaugurare i primi centri già nel 2027, anno elettorale. Anche per rivendicare la vittoria della linea italiana in Europa e per eliminare qualche argomento nelle mani del concorrente a destra, Roberto Vannacci. Che ieri si è unito alla richiesta delle altre opposizioni di un’informativa della premier in Aula, ma per motivi opposti. Se Pd, M5S, Avs e i centristi di Azione parlano di «propaganda», per il generale l’alt a Schengen non basta: bisognerebbe schierare le forze speciali per presidiare i confini.