Minori e social, la Francia rallenta ma l’Italia è ancora bloccata

Nel nostro paese l’iter legislativo sulla tutela dei ragazzi online resta fermo nelle commissioni parlamentari

Mentre i giudici costituzionali francesi hanno bocciato il divieto di social network per gli under 15, giudicandolo una «limitazione sproporzionata» della libertà di espressione dei minori, in Italia l’iter legislativo sulla tutela dei ragazzi online resta fermo nelle commissioni parlamentari. Da tempo.

Partiamo dall’attualità e cioè dalla decisione del Consiglio costituzionale di Parigi, che ha stabilito che l’articolo 1 della legge francese comporta una restrizione «non adeguata, necessaria e proporzionata» della libertà di comunicazione degli under 15, senza però pronunciarsi sul divieto di cellulari nelle scuole superiori in vigore dal 1° settembre, previsto dalla stessa legge ma non oggetto del giudizio.

In Italia la normativa vigente consente l’iscrizione autonoma ai social dai 14 anni, subordinando l’accesso dei più giovani al consenso dei genitori. Ma il meccanismo di verifica, basato sulla semplice autocertificazione, ha mostrato limiti operativi che hanno riaperto il dibattito su regole più stringenti, sulla scia di quanto sperimentato all’estero, a partire dall’Australia.

Il testo di riferimento resta il disegno di legge bipartisan firmato da Lavinia Mennuni (FdI) e Marianna Madia (Pd), che alza a 15 anni la soglia per l’iscrizione autonoma ai social, introduce l’obbligo di sistemi di controllo parentale e prevede tutele per i minori esposti online. L’uso del telefono e delle sue funzioni digitali dovrebbe procedere per fasce d’età, con limiti crescenti su chiamate e messaggi e con l’accesso negato a siti e servizi considerati pericolosi: un impianto di aperture progressive, non un divieto secco come quello bocciato in Francia.

Al ddl principale si affiancano altre due proposte. Quella di Mara Carfagna fissa un divieto totale sotto i 13 anni e restrizioni fino ai 16, con il divieto di profilazione pubblicitaria dei minori. Il disegno di legge di Giorgia Latini (Lega) estende invece l’obbligo del consenso dei genitori fino al compimento della maggiore età.

In tutte le versioni, la vigilanza e i poteri sanzionatori vengono assegnati all’Agcom, con massimali che nella proposta più severa raggiungono il 6% del fatturato annuo dei fornitori di servizi digitali, fino all’ipotesi di oscuramento delle piattaforme inadempienti.

A tenere bloccato il dossier sono soprattutto i nodi tecnici e legali dei meccanismi di age verification. Legare l’iscrizione a strumenti come IT Wallet, Spid o carta d’identità elettronica richiede piena conformità al regolamento europeo sulla protezione dei dati, per evitare che la verifica anagrafica si traduca in forme di tracciamento e sorveglianza diffusa.

Sono gli stessi nodi applicativi che hanno già rallentato l’introduzione dei filtri per i contenuti destinati agli adulti, e che oggi frenano il passaggio delle norme sui minori all’esame definitivo delle Camere.

Articoli correlati