
Nelle sale l’attesissimo ritorno del regista russo Andrey Zvyagintsev nove anni dopo “Loveless”
È stata indubbiamente una delle notizie cinematografiche più importanti dell’anno il ritorno dietro la macchina da presa di Andrey Zvyagintsev, il regista russo che mancava dal mondo della Settima arte dal 2017, quando presentò al Festival di Cannes il bellissimo “Loveless”.
In questi nove anni di assenza, Zvyagintsev ha passato molto tempo in ospedale, ricoverato per il Covid, e ha iniziato nuovi progetti, realizzati al di fuori della sua terra natale, le cui lavorazioni sono state però interrotte.
“Minotaur”, uno dei film più attesi del weekend in sala, è arrivato invece a compimento, grazie a una coproduzione tra tre paesi – Francia, Lettonia e Germania – e alla tenacia del regista nel voler raccontare quel paese in cui è cresciuto ma in cui non vive ormai più.
Sullo sfondo della guerra tra Russia e Ucraina, i cui echi sono onnipresenti durante la visione, si sviluppa una vicenda che riguarda una famiglia borghese, composta da un dirigente, sua moglie e il figlio adolescente. L’uomo inizia però a sospettare che la moglie lo tradisca e mentre crescono i suoi problemi famigliari, anche la sua azienda deve affrontare numerosi ostacoli legati a quanto sta avvenendo politicamente nel paese.
Ambientato in Russia nel 2022, “Minotaur” parte da un dramma intimo famigliare per rappresentare un microcosmo che diviene poi metafora collettiva di un’esplosione di violenza impunita e accettata dalla burocrazia.
L’ispirazione arriva da “Stéphane, una moglie infedele” di Claude Chabrol del 1969, ma il film è soprattutto una riflessione di grande attualità sulla Russia contemporanea.
Zvyagintsev ci ha abituati a giocare col simbolismo fin dal suo notevole esordio “Il ritorno” (Leone d’oro alla Mostra di Venezia), senza dimenticare lo scheletro arenato di una balena in “Leviathan” del 2014: la Russia diviene così il mostro mezzo uomo e mezzo toro del titolo, ma anche un labirinto da cui è impossibile fuggire, se non prendendo le ali come Icaro, rischiando però di avvicinarsi troppo [...]
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