
Solo 5 milioni di abitanti capaci di sopravvivere a una natura aspra ed eredi di storie millenarie, presenti ancora in templi e monasteri
Thzerma indossa il deel della quotidianità. È color del cielo e dei prati. La giovane donna gira lentamente e in senso orario il latte di cavalla contenuto nel bacino scaldato dalla stufa al centro della gher. Lo stesso gesto che ha visto fare alla mamma Oinaa e alla nonna Solongo e che milioni di donne mongole hanno ripetuto nei secoli. Questa è la Mongolia, eterna e contemporanea, uguale a sé stessa e al senso profondo della vita. Non sono forse sufficienti una casa, un piatto caldo e il tetto del cielo sopra la testa?
Siamo nella prateria con vista sulla città di Tsetserleg, 500 chilometri a ovest di Ulaanbaatar. Siamo nella casa di Thzerma che ci offre i khuushuur, ravioli fritti ripieni, e una scodella di latte caldo, tè e sale. Intorno, praterie e praterie ancora, cavalli liberi e il gorgogliare di un ruscello. Nient’altro che il silenzio e, nell’assenza, c’è la pienezza e l’immensità del viaggio nella terra di Chinggis Qa’an. Il silenzio scuote l’anima, apre varchi ai pensieri, a un eterno presente, a un cielo blu che più blu non si può. L’aveva raccontato magistralmente Luigi Barzini jr nel 1938: «Non ho mai visto un cielo simile. Non c’è in nessuna altra parte del mondo. Così spalancato, pieno di luce, che non ti senti oppresso a starci sotto, ma libero». I sogni lasciano strascichi nei giorni ma la Mongolia è giorni che diventano sogno per sempre.
Il Paese, grande cinque volte l’Italia e con poco meno di 5 milioni di abitanti, è le Variazioni Goldberg del paesaggio, è una matrioska di orizzonti, colori e animali, milioni e milioni di capre, pecore, yak, cavalli e mucche. Steppe, pianure, praterie, e ancora foreste, deserti e montagne, e laghi e fiumi mettono a dura prova l’idea di infinito. Cielo e orizzonti sono un infinito che tacita la superbia dell’uomo, lo miniaturizzano. Così, non resta che affogare in tanta bellezza. Magari puntando verso Sud, con una fermata a Kharkhorin, dove nel XIII secolo sorgeva la capitale mongola di Karakorum. Il monastero di Erdene Zuu Khiid è un gioiello, anche se ha subìto pesanti danneggiamenti dalle purghe staliniane del 1937.
Dei cento templi dell’epoca d’oro, che accoglievano e sorprendevano viaggiatori e commercianti arrivati dall’Europa, ne restano solo tre con tutto il misticismo infuso dal buddhismo e con le maschere tsam, portatrici della tradizione del mistero pantomimico. Il tempo scorre lento, i chilometri sono tanti come le piste. È un’assenza di uomini e costruzioni – neppure un palo della luce – che avvicina alla natura. I profumi cambiano al mutare di scena, dall’artemisia all’aglio selvatico. I Mongoli vivono da millenni in questa terra dura e feroce perché assecondano la natura, maneggiano flora e fauna con grande cautela perché queste entità possono essere vendicative e ostili. Meglio venerare la natura, concederle attenzioni e ascoltarne la musicalità. Come quella potente che si sente quando alle Khongor Sand Dunes, a cento chilometri dalla Cina, si alza con la sabbia e il vento. Le dune sono maestose, i cammelli le rendono umane ma le montagne alle spalle ne raccontano tutta la potenza. Meglio non sfidare la natura. Che alle Flamming Cliffs racconta una storia lunga 65 milioni di anni. Qui, Roy Chapman Andrews era arrivato nel 1920 per studiare le origini dell’uomo e scoprire invece qualcosa di più antico: i fossili di uova di dinosauro, ispirando poi Guerre stellari e Jurassic Park. Il sole del tramonto infiamma il cielo che, con la luce, sfonda la volta celeste e colora le pareti dove si distinguono chiaramente, nella friabilità della materia, zone più dense, ossia ossa di dinosauro che si sono eternate negli strati.
Chilometri e chilometri ancora, qualche sosta nelle guanz, le trattorie dove non manca mai la dolcissima marmellata di mirtilli, da un campo gher all’altro, per fermarsi al parco nazionale del Terhjin Tsagaan Nuur, con il cratere del vulcano Khorgoo Uul e il lago Tsagaan. E di notte il cielo è un tappeto di velluto con le stelle come diamanti: «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa luna?». Dal confine con la Cina a quello con la Russia. Il lago Khövsgöl, il mare della Mongolia, la Portofino dei Mongoli, è immenso, le montagne fanno specchio nelle sue acque e le foreste parlano già di taiga e mondi da romanzo. Qui, a essere fortunati, si possono anche incontrare gli Tsaatan, gli “uomini renna”, ai quali Federico Pistone ha dedicato un commovente libro-reportage. Nascosti fra i monti Sayan, sopravvivono in una delle aree più inospitali della terra, eppure ce la fanno. Da millenni. E in cambio hanno luce e libertà.
La natura è tiranna e ubiqua, eppure, di notte, nelle gher, quando fuori soffia il vento, pare quasi di sentire i tanti occidentali arrivati fino alla fine del mondo: Marco Polo, certo, e Guglielmo di Rubruck e frate Giovanni di Pian del Carpine, con la sua Historia Mongalorum. Non meno suggestivo è pensare a Chinggis Qa’an, che nel 1206 creò l’impero mongolo anche grazie allo yam, il sistema di stazioni di posta che permetteva una mobilità Est-Ovest intersecata con le rotte migratorie Nord-Sud perché dalla circolazione delle merci dipendeva la prosperità di tutti. O a Manduhai, la regina saggia che nel XV secolo cementò le tribù mongole obbligando la Cina a prolungare la Grande Muraglia per tenerla lontana.
Dopo tanti orizzonti, non resta che la capitale, con il monastero di Gandan, il Museo di Storia mongola e il Palazzo d’Inverno, sede dell’ultimo imperatore della Mongolia e scrigno di abiti dorati e regali sontuosi. Ulaanbaatar vive in precario equilibrio fra passato e futuro. Ci sono ancora le case popolari di epoca sovietica in pieno centro, restano certe incrostazioni “sovietiche” nel pensiero e nelle azioni della gente (settant’anni di dittatura, dal 1921 al 1993, non si cancellano con un colpo di spugna), ma svettano i grattacieli, tutto vetro e modernità. Lo sviluppo è impetuoso (+6,8% di Pil nel 2025), come la voglia di crescere ma qualche rischio c’è: il turismo può corrodere l’anima, anche se i numeri sono ancora piccolini (circa 3mila turisti italiani all’anno), e annacquare l’identità, l’industria non governata rischia di sfregiare l’ambiente. Ma la saggezza è di questo popolo, altrimenti non resisti in una terra così aspra e selvaggia, e in tanti si ripetono un antico proverbio delle steppe: «Se hai paura, non farlo; se lo fai, non aver paura».
Articolo precedente
Kia PV7 Passenger, elettrico con 9 posti
Articolo successivo
Sovrappeso e ormoni: i segnali che non vanno ignorati

