
Il ricercatore trentenne in carcere, domani la richiesta di convalida del fermo della Procura di Milano. Indagata anche la moglie. Sui canali radicali circolano indiscrezioni su nuove conversazioni criptate
Un’accusa di terrorismo, un fermo da sottoporre al vaglio del giudice e una rete digitale che sembra improvvisamente ammutolita. Ma che potrebbe già cercare nuovi spazi per comunicare.
L’inchiesta della Procura di Milano sul Movimento 17 ottobre entra in una fase decisiva: domani il pubblico ministero Francesca Crupi chiederà la convalida del fermo di Youssef Siher, il ricercatore trentenne ritenuto dagli investigatori uno degli animatori del movimento nato dopo le violenze di piazza nel capoluogo lombardo. Accuse pesanti, ancora tutte da dimostrare.
Intanto il canale Telegram del movimento si è svuotato: discussioni chiuse, amministratori in allarme, nessuna nuova mobilitazione. Eppure, secondo indiscrezioni raccolte sui canali Telegram dell’area radicale, starebbero nascendo nuove chat dedicate su Signal, piattaforma di messaggistica criptata. Uno scenario ancora da verificare, nel quale occorre distinguere le eventuali responsabilità penali degli organizzatori dalla posizione dei tanti utenti che avevano aderito al canale senza necessariamente condividere propositi violenti o commettere reati.
Il passaggio giudiziario è fissato per domani, quando il pm Francesca Crupi, della sezione antiterrorismo della Procura di Milano, presenterà la richiesta di convalida del fermo. Sarà poi il giudice per le indagini preliminari, ricevuti gli atti, a fissare l’udienza e valutare la legittimità del provvedimento.
Siher, italiano di seconda generazione e originario del Marocco, è stato trasferito dalla Questura di Milano in carcere dopo un lungo interrogatorio. Deve rispondere di istigazione a delinquere, violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e terrorismo. Secondo gli investigatori, sarebbe tra gli amministratori del canale Telegram e della pagina Instagram del Movimento 17 ottobre, attraverso i quali sarebbero stati diffusi contenuti di istigazione e apologia di reato.
La contestazione più grave riguarda l’articolo 270 bis, primo comma, del Codice penale, che punisce chi promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni finalizzate al compimento di atti violenti con scopi terroristici o di eversione dell’ordine democratico. La pena prevista va da sette a quindici anni di reclusione.
Una qualificazione giuridica particolarmente pesante, che dovrà però trovare riscontro negli elementi raccolti dagli inquirenti. L’appartenenza a un movimento di protesta, la gestione di una pagina social e persino la diffusione di messaggi [...]
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