
Brani caricati in massa, anche con l’intelligenza artificiale, e account falsi che li riproducono: così i ricavi dello streaming finiscono a chi organizza la frode. Mazza (Fimi) chiede controlli alle piattaforme e ai distributori
«Non possono le piattaforme nascondere la testa sotto la sabbia e far finta di niente, perché alla fine questo è un fenomeno che colpisce tutto il settore e squalifica le piattaforme stesse». È una ricetta d’emergenza quella di Enzo Mazza, presidente della Fimi, la Federazione dell’industria musicale italiana: nessuno spazio per l’indifferenza, e un fronte comune che tenga insieme piattaforme, distributori, società di classifica e magistratura. Perché il nemico che sta imparando ad aggirare le regole dello streaming musicale non è un singolo pirata col computer in garage, ma un’industria del crimine che ha già imparato a usare l’intelligenza artificiale contro l’industria della musica.
Il meccanismo è semplice da descrivere, meno da scoprire. Si caricano brani sulle piattaforme, talvolta creati con l’intelligenza artificiale. Si aprono account fittizi e si affidano ai bot gli ascolti. Sono, nelle parole di Mazza, «robot che ascoltano robot». Ogni riproduzione artificiale può valere pochissimo. Ma se gli ascolti sono distribuiti fra migliaia di tracce e un gran numero di profili, le piccole somme diventano un affare.
Il motivo per cui il trucco funziona è tutto nel modello economico dello streaming. I ricavi delle piattaforme vengono riuniti in un “pool” e ripartiti in base agli ascolti. Alla fine quelli falsi sottraggono una quota a chi avrebbe diritto di riceverla. «La frode è un po’ come il dipendente infedele della banca che invece di sottrarre 200 milioni dal conto dei clienti più importanti tiene per sé 5-6 euro da diecimila euro, ventimila clienti della banca», osserva Mazza. La torta resta la stessa ma le fette sono più piccole e vanno anche a chi non ne avrebbe diritto.
Gli episodi più eclatanti sono esplosi «in America Latina, in Brasile in particolare, e negli Stati Uniti», ma la natura del fenomeno è per definizione globale: le organizzazioni criminali puntano a «sviluppare molti ascolti su molte canzoni che sono diffuse a livello globale dalla piattaforma».
Il fenomeno, spiega ancora il presidente Fimi, è stato scoperto quasi per caso, osservando le hit parade: «All’inizio il campanello d’allarme erano brani sconosciuti comparsi nelle classifiche top 100, ma senza un successo riconoscibile fuori dalle piattaforme. Titoli che nessuno aveva mai sentito o artisti ugualmente mai sentiti». Le vittime designate, avverte Mazza, sono «evidentemente innanzituttto le etichette minori, gli artisti minori, che vengono esclusi dalle classifiche e dai principali streaming», schiacciati da un sistema che dirotta royalty vere verso cataloghi fantasma.
Di questo si parlerà il 30 settembre nel workshop “Fake plays, real damage: the fight against music streaming fraud”, nell’ambito della Milano Digital Week, promossa dal Comune di Milano e da TIG – The Innovation Group. La questione riguarda insieme soldi e fiducia: se un ascolto può essere comprato o simulato, classifiche e remunerazioni diventano meno affidabili.
Alla domanda se ci sia ancora margine di manovra, la risposta di Mazza è netta, e insieme un avvertimento: «È un’azione che deve essere presa di petto». Ma il tempo, ammette, gioca contro: il connubio fra intelligenza artificiale e bot può rendere il danno permanente e strutturale, non più arginabile con interventi tardivi.
Sul fronte legale, l’Italia, secondo il presidente Fimi, parte da una posizione di vantaggio: «Abbiamo delle normative sulle frodi informatiche, sulle frodi telematiche, che possono aiutare a combattere questo fenomeno anche a livello penale». Una tutela già oggi attivabile, perché lo schema, ribadisce Mazza, altro non è che «una truffa che viene messa in atto contro il commercio, contro le attività economiche».
E i primi risultati si vedono già: «Noi abbiamo già svolto delle attività di verifica e controllo che hanno funzionato: sono stati eliminati i brani sospetti in più occasioni», racconta, citando il lavoro congiunto con Niq, l’ex GfK, la società che gestisce le classifiche ufficiali, «a cui vengono segnalate eventuali anomalie».
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