
Al Museo Nazionale del Cinema di Torino un viaggio tra illusione e verità dedicato al grande regista e attore
E’ un volto che ne diviene tanti altri, in un trasformismo che è la pratica rappresentazione dell’essenza del suo cinema, ovvero l’illusione come strumento per giungere al vero. Il viso di Orson Welles che punteggia ogni tratto di un percorso nella sua carriera, i mutevoli volti del regista che osservano lo spettatore e, nello stesso tempo, ne calamitano l’attenzione, proprio come le sue opere. Quei tanti volti che scandiscono la mostra “My name is Orson Welles”, ideata dalla Cinémathèque française e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, ospitata, fino al 5 ottobre 2026, dal Museo Nazionale del Cinema di Torino.
“Se il cinema per tutto il Novecento ha spinto in direzione del mimetismo del reale, Welles ha percorso la strada opposta, quella dell’illusione, del trucco, della finzione che raggiunge un altro livello di verità”: così il direttore del Museo, Carlo Chatrian, definisce lo stile di un autentico mito e autore geniale. Su questa visione si fonda l’allestimento, che si sviluppa sulla rampa elicoidale dell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana: il trasformismo come fil rouge di un percorso espositivo che accoglie oltre 400 pezzi, di cui alcuni inediti, provenienti da varie collezioni pubbliche e private e dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema. In ogni pannello o sezione, è appunto il volto di Welles a campeggiare, ad introdurre un approfondimento che si snoda attraverso scritti, manifesti, locandine, video, disegni, in cui si esplica l’immensa creatività del regista, la sua visionarietà: e, appunto, lo stesso allestimento, nell’accostare i diversi materiali, offre al visitatore un viaggio, anche visivo, in questo mondo ipercreativo, che sembra prendere vita proprio sotto gli occhi di osserva.
Le sperimentazioni, anche tecniche, con un excursus tra alcune delle cineprese da lui utilizzate, la passione per l’illusionismo, i giochi scenici (con il rimando ai famosi specchi de “La signora di Shangai”): elementi che concorrono nell’evocare l’atmosfera delle opere di Welles. Non solo cinematografiche: indimenticabile, tra i suoi lavori radiofonici, il suo famoso adattamento de “La guerra dei mondi”, mandato in onda dallo studio della RKO, “ricreato” nella chapelle dedicata, al Caffè Torino.
L’accento si sposta poi sulla sua vita, sull’infanzia in cui rivela già la sua genialità, e sulla scoperta e l’amore per Shakespeare. Quindi, quello che viene considerato come uno dei più grandi – se non il più grande – film di tutti i tempi, “Quarto potere”: l’installazione immersiva dedicata a Rosebud, con l’iconica boule à neige, e ancora, lo slittino o il gioco prospettico dell’immagine di Kane durante il comizio. La costruzione di un film immaginifico e innovativo si riflette, così, negli oggetti e nei cimeli in mostra.
E ancora, il viaggio attraverso produzioni, altre pellicole memorabili, le versioni delle opere del Bardo (da Otello a Falstaff), l’arrivo in Europa, gli impegni come attore per poter portare avanti i suoi lavori, i progetti incompiuti, gli ultimi “film saggi”. I passaggi di una carriera intensa che i tanti pezzi proposti all’interno “My name is Orson Welles” fanno rivivere: emergono, tra gli altri, i disegni, e, in particolare, la sala di montaggio tappezzata di frame di “F For Fake”, uno dei film che rappresenta maggiormente l’uso di questo strumento come linguaggio. Oltre ai materiali dell’esposizione parigina, in mostra anche, come. si diceva, il Fondo Welles del Museo Nazionale del Cinema, che comprende – tra gli altri – il certificato di nascita, pagine di sceneggiature con note, soggetti, foto e manifesti. E poi, esposte per la prima volta, le tavole di Guido Crepax dedicate a “La Storia immortale”, racconti di Karen Blixen messi in scena da Welles.
“My name is Orson Wells”, a cura di Frédéric Bonnaud, Museo Nazionale del Cinema di Torino, fino al 5 ottobre 2026.
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