Nelio Biedermann e il lusso di non essere contemporaneo

Alla 27esima edizione di Pordenonelegge abbiamo incontrato il giovanissimo autore de “I Lázár” che a pochi giorni dall’uscita anche in Italia è già tra i libri più venduti

La prima cosa da fare con Nelio Biedermann è smettere di parlare della sua età. È difficile, perché è esattamente quello che l’editoria e i giornali hanno deciso di fare. Ventitré anni, un romanzo di trecento pagine, una famiglia aristocratica ungherese, l’Impero austro-ungarico che crolla, due guerre mondiali, persecuzioni, comunismo e Stalin. Sembra quasi una barzelletta sul rapporto fra età anagrafica e ambizione letteraria. Poi si legge I Lázár, uscito in Italia per Guanda, a dir poco avvincente, e la barzelletta finisce. Il dato davvero sorprendente non è che un ragazzo poco più che ventenne abbia scritto una saga familiare, ma che abbia avuto l’idea, apparentemente fuori moda, che una saga familiare possa ancora essere una forma contemporanea. Biedermann, infatti, non cerca il presente perché è giovane, ma cerca il Novecento perché lo stesso – come ci ha spiegato durante il nostro incontro alla 27esima edizione di Pordenonelegge – «non ha ancora finito di produrre conseguenze». È una differenza sostanziale. Il romanzo è diventato un caso internazionale prima ancora di arrivare in Italia: pubblicato nei paesi di lingua tedesca nel 2025, è in corso di traduzione in oltre venti paesi, è stato finalista allo Schweizer Buchpreis e ha ricevuto il Premio dei Librai Indipendenti.

Il mercato, insomma, si è accorto immediatamente di una cosa che dovrebbe essere normale e invece oggi appare quasi eccentrica: il fatto che questo ragazzo sappia raccontare. La storia dei giovani prodigi è piena di trappole. Françoise Sagan aveva diciotto anni quando, nel 1954, uscì Bonjour tristesse e il suo nome divenne immediatamente inseparabile da quello del romanzo. Mary Shelley aveva vent’anni quando Frankenstein venne pubblicato nel 1818, dopo aver cominciato a scriverlo a diciotto. In entrambi i casi l’età sembrava spiegare il fenomeno e invece lo complicava, perché il pubblico vedeva sempre e solo una ragazza prima ancora di vedere una scrittrice. Biedermann rischia la stessa cosa, con una complicazione ulteriore, perché siamo nel momento storico in cui l’editoria ha imparato a trasformare l’età in una categoria commerciale. Non basta più dire che un libro è bello, bisogna dire da quale generazione proviene, a quale comunità appartiene, quale identità rappresenta e quale urgenza intercetta. Biedermann manda tutto questo sistema leggermente in tilt: é giovane, ma il suo romanzo non lo è, anzi, è deliberatamente vecchio come vecchia è la sua forma con la famiglia, il segreto genealogico, il castello, il sangue, il matrimonio, l’eredità e la rovina. Vecchio è persino il piacere di raccontare persone che non hanno alcuna intenzione di essere rappresentative. I Lázár, infatti, non devono rappresentare la Gen Z, né l’Europa, né una qualche sensibilità contemporanea, ma devono vivere, desiderare, tradire e morire. Poi, senza averlo programmato, diventano Storia. Biedermann non porta la Storia dentro il romanzo, ma il romanzo dentro la Storia. Il Novecento non arriva sotto forma di spiegazione, ma come un cambiamento delle condizioni materiali dell’esistenza. Un confine si sposta e qualcuno perde la casa, un regime cambia e cambia il nome di una persona, un esercito attraversa un territorio e una famiglia smette di essere quella che era. L’aristocrazia, poi, non è usata per imbalsamare il passato, ma serve a mostrare quanto sia fragile ogni pretesa di continuità. Il cognome dovrebbe essere la cosa più stabile del mondo, ma nel romanzo è quasi un oggetto sospetto. La genealogia dovrebbe stabilire chi siamo, ma nel libro serve soprattutto a dimostrare che non lo sappiamo mai fino in fondo. Forse è per questo che Biedermann guarda al passato invece che al presente. «Il presente è difficile da raccontare perché non sappiamo cosa viene dopo; il passato, invece, ha già prodotto le sue conseguenze», ci ha spiegato. Il romanziere, dunque, non è necessariamente quello che prevede il futuro, ma quello che sa aspettare abbastanza per vedere le conseguenze. In un’epoca come questa, dominata dall’ossessione per la previsione con algoritmi, dati, modelli, intelligenza artificiale e anticipazione dei comportamenti, c’è Nelio Biedermann: un autore nato nel 2003 che diventa famoso con un romanzo che rifiuta quasi tutto ciò che dovrebbe rendere riconoscibile un autore nato in quell’anno. Non racconta la sua bolla generazionale, non cerca l’immediatezza, non trasforma il romanzo in un prolungamento della propria biografia, ma prende una famiglia inventata e le consegna mezzo secolo di storia. Alla fine, la sua giovinezza resta un puro fatto di cronaca e I Lázár un vero caso letterario, ma il “caso Biedermann” comincia quando smette di sembrare tale e quando resta soltanto un ragazzo. Lui, che ha capito una cosa piuttosto antica e cioè che per raccontare il proprio tempo, qualche volta, bisogna avere il coraggio di raccontarne un altro.

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