Nella flessibilità per la difesa anche gli stipendi dei militari

L’anno prossimo un terzo della deroga Ue sarà dedicata a spese già previste nei conti

Uscito ridimensionato rispetto alle ipotesi di agosto dalla revisione dei piani seguita alla conferma del deficit 2025 al 3,1%, il capitolo dedicato alla difesa nella clausola di salvaguardia del Patto dovrà comunque agire a tutto campo. E sarà quindi chiamato a occuparsi anche di spese già previste nel bilancio pubblico: comprese quelle per il personale.
L’indicazione è chiara nella relazione sullo scostamento, approvata dal Governo giovedì sera nel consiglio dei ministri che ha esaminato il nuovo programma dei conti.

Gli interventi, c’è scritto nella rapida sintesi offerta dal testo che andrà approvato in entrambe le Camere con la maggioranza assoluta dei componenti, riguarderanno «la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali». Ma non si dimenticheranno della «componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative».
Costretta da necessità finanziarie e da esigenze politiche a ridursi alle stesse dimensioni previste per l’extradeficit da dedicare all’energia, la parte offerta alla difesa dalla clausola di salvaguardia finanzierà uscite per 7,2 miliardi nel 2027 e altrettanti nel 2028, perdendo rispetto alle ipotesi estive un altro tassello da 7,2 miliardi nell’ultimo dei due anni.

Spetterà a lei, però, il compito di abbracciare nella deroga al Patto Ue una parte di spese già messe in conto con le manovre degli ultimi anni. Che, ricorda il Documento programmatico di finanza pubblica, da sole «mostrano un significativo aumento rispetto al 2024». E questo incremento, «scorporato dall’indicatore, riporterebbe il tasso di crescita della spesa netta entro il limite raccomandato».
Il punto è tecnico, ma ha un rilievo politico. Accanto al deficit che ha agitato le scorse settimane dopo i dati Istat sul mancato raggiungimento del 3% nel 2025, la nuova governance fiscale comunitaria ha costruito il parametro della traiettoria di spesa netta, che impone a ogni Stato di rispettare i limiti annuali e cumulati di aumento pensati per garantire la sostenibilità del debito pubblico. L’anno prossimo, complice il vento soffiato dall’inflazione nelle vele di pensioni e assegno unico universale, l’Italia secondo i calcoli del Governo sforerebbe il tetto fissato nel Piano di bilancio strutturale del 2024. A meno che, appunto, una quota di queste uscite non si trasferisca nella clausola di salvaguardia nazionale, che le esclude dai calcoli sulla traiettoria di spesa.

A questo gioco contabile, va precisato, sarà dedicata una fetta minoritaria dei tre decimali di Pil all’anno destinati dalla clausola di salvaguardia a sicurezza e armamenti. Anche se non è del tutto chiaro, al momento, il confine fra la spesa che si aggiunge e quella che si limita a cambiare etichetta.
Nel 2027, primo anno di attivazione della clausola, le proporzioni dovrebbero prevedere due terzi di impegni aggiuntivi e un terzo di riclassificati. Questi «incrementi di spesa per la difesa aggiuntivi rispetto allo scenario tendenziale», spiega il Def, «crescerebbero anche nel 2028»; quando del resto la gabbia dei conti appare oggi un po’ meno asfissiante.
Minoritaria sarà anche la parte corrente interessata dalla clausola di salvaguardia, che dedicherà maggiore attenzione alla spesa in conto capitale da cui il Governo si aspetta riflessi a catena sulla «attivazione di investimenti privati e la creazione di occupazione».
Ma i conti premono almeno quanto i rischi geopolitici, e anche di più nell’ottica di ampi settori della maggioranza preoccupati delle ricadute negative sul consenso prodotte dall’aumento di spese per la difesa: impopolare sempre, ma tanto più in una quasi vigilia elettorale dominata dalla corsa dei prezzi.

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