Nello stallo dei consumi di pasta vincono i prodotti più costosi

Sul mercato interno continua una lenta discesa delle vendite ma gli italiani premiano l’offerta di qualità. Buoni risultati per le nicchie a base di legumi, senza glutine e ad alto valore proteico

La pasta secca è tra i pochi prodotti alimentari a costare meno rispetto a cinque anni fa, visto che il prezzo medio nella grande distribuzione si è ridotto del 2% rispetto al 2022. Ed è tra quelli più “promozionati”, con il 41% dei volumi venduti in offerta e con uno sconto medio superiore al 30%. In altre parole, ogni settimana una referenza di pasta su quattro viene proposta con un taglio del prezzo.

Ciononostante il mercato domestico italiano non cresce, anzi continua a calare, anche per motivi strutturali legati al cambiamento demografico: nei primi sette mesi del 2026 le vendite nel retail sono diminuite dell’1,3% a volume e del 2,3% a valore rispetto al 2025, quando erano state di poco superiori agli 890 milioni di Kg e agli 1,5 miliardi di euro. «La normalizzazione dei prezzi, dopo il picco inflattivo del 2022-2023, e l’aumento della frequenza e dell’entità delle promozioni non sono riusciti a invertire il trend negativo dei consumi in atto da almeno tre anni. Questo indica che il problema non è più l’accessibilità economica bensì una domanda complessivamente meno dinamica», spiega Marco Raimondi, senior director di Circana.

Il ritorno dei prezzi su livelli abituali (un kg di pasta in Gdo costa in media 1,82 euro) ha avuto però l’effetto di far accantonare l’attenzione al risparmio e di spingere a preferire la pasta di maggior valore. Oggi gli italiani comprano meno pasta che in passato ma preferiscono acquistarla al supermercato (+0,3%) rispetto che al discount (-7% a volume) e la scelgono di maggior qualità. A diminuire è il peso della parte centrale del mercato e delle private label mentre cresce quello delle fasce più alte e questo sta ridisegnando i consumi.

Nell’anno finito a luglio 2026 la pasta high price (ossia con un prezzo fino al 30% superiore alla media) è salita al 40,3% dei volumi e insidia la leadership dei prodotti di fascia media, scesi al 40,8%, mentre le proposte top (ossia quelle che costano più del 30% sopra la media) sono avanzate di un punto arrivando al 4,5% e le marche private ne hanno perso quasi due, arretrando al 13,7%.

L’altra tendenza che sta cambiando il mercato italiano della pasta è l’affermazione di segmenti innovativi e di nicchie a maggior valore aggiunto. Dai dati Circana emerge che nell’arco di un quinquennio nel carrello della spesa sono aumentate del 18% le quantità di pasta a base di altri cereali e del 64% quelle a base di legumi, come lenticchie, ceci e piselli.

«Questi prodotti alternativi stanno vivendo trend positivi anche senza un’espansione [...]

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