Non ci resta che piangere (con i pugni in tasca)

Frittole è un paese adagiato sulle colline toscane, verde e morbido, abitato da gente accogliente. Quando vado lì, respiro aria di altri tempi, il battito rallenta, sento che la competizione della nostra società è lontana e fatua. I frittolesi sono sempre pronti ad aiutare il prossimo: se, per esempio, di notte si ferma l’auto e arriva un acquazzone, un giaciglio si trova facilmente anche nel cuor della notte e senza pagare prima. Poi, però, sono piuttosto severi nel rispetto delle regole e non si ammettono maleducazioni di sorta. Mettiamo il caso di un ospite che, appena alzato, decidesse di far pipì dal balcone del secondo piano: ecco che scatta una punizione piuttosto tragica. Arrivano cavalieri neri, che strack!, conficcano una lancia nello sterno dell’indisciplinato minzionatore. E non è l’unica stranezza: le querce, nel giro di una notte, rimpiccioliscono e gli abitanti, sempre vestiti in abiti tradizionali, son convinti di vivere nel 1400, quasi nel 1500, scherzetto che ha fatto star molto male due amici miei, Mario e Saverio, maestro e bidello di una scuola elementare, capitati per caso a Frittole.

Quando son lì, mi allungo spesso fino a Rimini, dove mi diverto sempre perché ci sono dei personaggi notevolissimi. C’è una tabaccaia col seno e il sedere così grande che tutti i ragazzini vanno a comprare le sigarette solo per vederne la scollatura. C’è il matto del villaggio, lungo e segaligno, che monta sugli alberi e urla a squarciagola che vuole una donna. Lì amo andare al cinema Fulgor, dove, però, riesco a stento a vedere il film perché c’è una bagarre di fischi e lazzi, nonché di tramacci e cose proibite. Tutt’altra storia al Grand Hotel, dove fanno le vacanze i re e i signori. Con gli amici, una volta, ci siamo andati d’inverno, quando era chiuso, abbiamo guardato dal buco della serratura gli interni sontuosi e ci siamo messi tutti a ballare un valzer immaginario nella nebbia. Ma la sera davvero indimenticabile è stata quando ci siamo spinti con altre decine di barchette in mezzo al mare una notte che il transatlantico Rex passava davanti alla città. Un condominio di luci, nuvole e fumo che ci ha sfiorato e per un attimo siamo stati parte del suo sogno.

Da Rimini faccio una dolorosa deviazione sull’Appenino piacentino, a Bobbio. Passo a trovare una famiglia confusa e piena di guai: la madre, vedova, è cieca e i figli lasciano che il gatto mangi dal suo piatto. I quattro fratelli sono piuttosto svalvolati. Il grande, Augusto, ha una vita apparentemente normale, fa l’avvocato, ha una fidanzata anche se si dice che prenda l’amore da altre parti. Sandro, Leone e Giulia stanno sempre a casa e si nutrono di fantasie e fantasmi. Leone ha delle forti difficoltà, Giulia è morbosa, Sandro sempre sul limite. A volte, temo che succeda loro qualcosa di irreparabile.

Nei miei giri randagi per nostalgia so spingermi anche molto lontano, per esempio, in una capanna nell’Oregon, circondata d’inverno dalla neve altissima, dove mi sono recata ogni Natale lungo tutta l’infanzia. Lì i sette fratelli Pontipee, boscaioli buoni, ma dalle maniere piuttosto rudi, fan roteare tronchi di legno e fanno a cazzotti con i ragazzi del paese vicino per conquistarsi l’amore di sette fanciulle, che altro non sono che sorelle. Con le loro braccia nerborute i boscaioli dai nomi biblici cantano e ballano ripetendo ogni volta un rito di corteggiamento per le ragazze di cui non si sa il cognome, tanto poi acquisiranno quello dei Pontipee. Che antiquati.

Tutt’altra musica a LA, dove si sprecano i locali per andare a divertirsi. A me piace, in particolare, andare al Jack Rabbit Slim’s, fermo agli anni Cinquanta, dove si scatenano gare di ballo sfrenate, come quelle di twist. L’ultima volta hanno vinto due tizi che piegavano le ginocchia in maniera plastica, passando indice e medio aperti a forma di forbice sugli occhi sulle note di Chuck Berry. Tra i due scorreva un fluido particolare, calamitante. Lei aveva un caschetto nero, lungo sulle spalle e la frangetta corta, uno sguardo di ghiaccio, come quello di lui, capelli scuri lunghi, uniti in una coda. Appena lei è arrivata in pista, camicia bianca, pantaloni neri, si è liberata subito delle ballerine d’oro ed è rimasta a piedi nudi; lui, giacca nera, camicia bianca e un cravattino da cowboy di pelle e metallo, è rimasto in calzini. Lei si muoveva carismatica e forse più folclorica, mentre fingeva di scendere nell’acqua tappandosi il naso; lui pareva, invece, attraversato da un bagliore, come se la danza gli appartenesse naturalmente. Si sono portati a casa il trofeo consegnato dalle mani di una sosia di Marilyn Monroe. Mi ricordo ancora i loro nomi: Vincent Vega e Mia Wallace. Sentendo il nome Wallace sono rabbrividita, se suo marito si chiama Marcellus, povero Vincent. A volte, quando ho bisogno di compagnia, vado a trovare il mio amico Antoine Doinel in Francia. Ci piace montare su una specie di cilindro enorme a Parigi che inizia a girare e noi rimaniamo schiacciati alle pareti, mentre ridiamo forte e vorremmo che non finisse mai. Una volta l’ho anche accompagnato a Villers-sur-Mer, in Normandia. Né lui, né io avevamo mai visto il mare. Siamo fuggiti da un posto che ci teneva imprigionati e abbiamo iniziato a correre, fino a quando ci siamo trovati di fronte a quella cosa strana e incomprensibile, che chiamano mare. Siamo scesi dagli argini e abbiamo corso sulla sabbia, o meglio, su una sottile lingua bagnata, specchiata da laghi salati, dove le nostre impronte non lasciavano quasi traccia. Ho visto Antoine moderare la velocità, quasi stordito da ciò che vedeva, con quel suo carattere imprevedibile. È andato nell’acqua, così, con le scarpe e i pantaloni neri a capire di che consistenza fosse il mare. E poi si è voltato, serio, dolorante, forse per la bellezza.

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