
Nel nuovo Parlamento gli eletti scelti direttamente saranno tra il 30 e 40%. La questione della rappresentanza femminile a rischio
Un aspetto importante della nuova legge elettorale è la reintroduzione dopo 23 anni delle preferenze per la scelta degli eletti. Ma si tratta a ben vedere di preferenze a metà, visto che i capilista sono bloccati e che le preferenze possono essere espresse mettendo una crocetta vicino al nome fino a un massimo di tre solo dal secondo in lista, con l’obbligo di alternanza di genere in caso di più di una preferenza.
Le preferenze contribuiranno a scegliere i candidati nei collegi plurinominali proporzionali, che alla Camera sono 49. L’elettore vedrà stampato in alto sulla scheda il nome del capolista bloccato scelto dalle segreterie dei partiti e, a seguire, altri sei nomi preceduti da una crocetta: potranno essere barrate fino a tre crocette accanto ai nomi prescelti, con l’accortezza che in caso di più di una preferenza un nome deve essere di genere diverso. La novità delle crocette invece della scrittura per esteso dei nomi è mutuata dal sistema elettorale in vigore per la regione Toscana, sistema che però non prevede capilista: la ratio della norma sulla “preferenza agevolata” è l’eliminazione della possibilità di controllo del voto di preferenza tramite le diverse modalità di scrivere il nome (Paolo Rossi, Rossi Paolo, P. Rossi eccetera) , controllo spesso usato in passato, soprattutto al Sud.
Sulla scheda, in basso, l’elettore troverà inoltre altri 3 nomi: si tratta dei candidati nei cosiddetti listoni di 70 deputati e 35 senatori, listoni che scattano solo con il premio di maggioranza per chi maggiormente supererà il 42% dei voti divisi per listini circoscrizionali appunto di 3 nomi. Questi nomi sono sulla scheda solo a titolo per così dire informativo, dal momento che su questo elenco di tre non è possibile esprimere preferenze. E siccome la legge obbliga a candidare come capilista i candidati nel listone – («il candidato nelle liste circoscrizionali presentate ai fini dell’attribuzione del premio di governabilità… è candidato in almeno un collegio plurinominale in posizione di capolista, ovvero nelle posizioni successive a quella di capolista a condizione che anche tutti i candidati che lo precedono nelle medesima lista di collegio plurinominale siano candidati nelle liste circoscrizionali presentate ai fini dell’attribuzione del premio di governabilità») – la conclusione è che l’elettore troverà tendenzialmente almeno un nome ripetuto nella parte bassa della scheda.
Ma si tratta di vere preferenze o è «una truffa», come denunciano le opposizioni? Considerando che i partiti medio-piccoli come Forza Italia, Lega e Avs eleggeranno quasi solo capilista, si può stimare che gli eletti indicati espressamente dagli elettori con le preferenze saranno nel prossimo Parlamento tra il 30 e il 40% massimo, sostanzialmente al traino dei partiti più grandi: Fratelli d’Italia, Pd e in parte M5s.
La quota di genere 40/60 vale per le liste nel loro complesso ma non per i capilista: una mancanza che certamente avrà un impatto negativo sulla rappresentanza femminile. Per la verità l’assenza di quote di genere nei capilista è in parte compensata compensata dalle quote 40/60 nei cosiddetti listoni di 70 deputati e 35 senatori che scattano con il premio di maggioranza: i candidati nei listoni circoscrizionali devono essere obbligatoriamente, come si diceva sopra, capilista nei collegi plurinominali o secondi in lista dietro un altro candidato nei listoni in caso di pluricandidature.
Ma attenzione: restando solo alla Camera (per il Senato le cifre vanno dimezzate), i collegi plurinominali sono 49 e i candidati nel listone legato al premio sono 70. Le donne dovranno dunque essere dunque 28, espresse dai diversi partiti della coalizione. Ognuna di loro deve essere capolista bloccata in un collegio, sparpagliandosi tra i 49 collegi nazionali. Ma in caso di pluricandidature maschili, possibili fino a un numero di cinque, scivolerebbero al secondo posto dovendo conquistarsi il seggio con le preferenze. Insomma, il problema è come al solito politico e le nuove norme danno alle segreterie dei partiti uno strumento molto forte per governare la presenza delle donne. Fatto sta che la presenza femminile in Parlamento, già ora al 33% in leggero calo rispetto al 36% della precedente legislatura, rischia di ridursi di molto: alcune stime calcolano che alla fine l’asticella si fermerà al 15/20%.

