Il “mondo dell’informazione” e il “passato per parlare del presente”: bilancio di un’edizione davvero eccellente
Concluso un grande festival, l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori finisce naturalmente sul palmarès, andando a discutere se i premi assegnati siano stati appropriati oppure no.
Dall’assenza di film italiani alla vittoria del Leone d’oro di “Woman Unknown”, i motivi per fare polemica certo non mancano, ma il valore di un festival non può e non deve essere ridotto solo a commentare gli esiti del lavoro della giuria: oltre ai Leoni, infatti, c’è molto da analizzare, soprattutto dopo un’edizione così importante e ricca di film di alto livello com’è stata questa 83esima Mostra del Cinema di Venezia.
Partiamo da una tematica, assoluta protagonista di questa edizione. Sarà per le costanti paure di imbattersi in fake news, sarà per il crescente potere dell’intelligenza artificiale anche nel mondo dell’informazione, ma l’universo giornalistico è stato decisamente al centro di un’edizione che si è interrogata a fondo su come dovrebbero essere raccontati i fatti nel mondo di oggi e in quello di ieri.
È uno spunto già presente nel film d’apertura del concorso: “Ink” (un buon lungometraggio di Danny Boyle, capace di sposare forma e contenuto) racconta la rinascita del quotidiano The Sun, dopo l’acquisizione di Rupert Murdoch e la scelta di Larry Lamb come direttore, mostrando come quella ricerca di notizie scioccanti e di contenuti che oggi definiremmo “acchiappaclick” sia una sorta di anticipazione del mondo mediatico odierno.
L’ambiguità dell’universo d’informazione contemporaneo è stata poi al centro di “Primetime”, un film che racconta la storia del controverso format investigativo “To Catch a Predator”, con Robert Pattinson nei panni del conduttore e giornalista Chris Hansen.
Se “Primetime” funziona a metà, è invece eccellente il lavoro svolto da Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di “NAZA”, un documentario a interviste che svela i metodi dietro le uccisioni compiute da membri dell’esercito israeliano a Gaza e l’utilizzo massiccio dell’intelligenza artificiale a questo fine: un vero e proprio reportage, decisamente prezioso.
In questo ambito possiamo simbolicamente inserire anche un altro, bellissimo film del concorso come “Possible Love” (Gran Premio della Giuria e avrebbe meritato il Leone d’oro più di “Woman Unknown”) che, seppur dentro una cornice di finzione, si interroga e mette in crisi il ruolo di una documentarista che vuole raccontare gli scioperi, dovuti a un grave taglio di personale in un’azienda.
Non è però finita qui, perché fuori dal concorso principale, ben si associano a questa tematica il film biografico “La ragazza con la Leica” di Alina Marazzi, apertura di Orizzonti e incentrato sulla fotoreporter di guerra Gerda Taro, e naturalmente “Musk” di Alex Gibney, torrenziale documentario che non riflette criticamente soltanto sulla figura dell’imprenditore sudafricano, ma anche sull’universo dell’informazione e sull’uso dell’intelligenza artificiale.
Sono stati [...]

