Parkinson, centri e competenze ci sono  ma l’Italia deve ancora «fare rete»

Vanno realizzati percorsi assistenziali e un collegamento omogeneo con le strutture che eseguono i trattamenti ad alta complessità: la fotografia della Società Limpe-Dismov

Per la cura della malattia di Parkinson, in Italia mancano ancora reti assistenziali strutturate e garantite dal Servizio sanitario nazionale. Il Paese può contare su competenze cliniche diffuse su tutto il territorio, anche se i trattamenti ad alta complessità vengono eseguiti in un numero ristretto di centri. È quanto emerge dalla prima survey nazionale dei Centri per le terapie avanzate del Parkinson realizzata dalla Società italiana Parkinson e disturbi del movimento Limpe-Dismov a cui hanno aderito 75 Centri in 17 regioni.

Il Parkinson è una patologia neurodegenerativa cronica, che richiede un’assistenza articolata lungo tutto il suo decorso. All’esordio la gestione è relativamente uniforme, si complica con la progressione, quando possono rendersi necessarie le terapie avanzate. Tra queste, le infusioni continue di farmaci (sottocute o direttamente nell’intestino), la stimolazione cerebrale profonda (Dbs) tramite elettrodi impiantati nel cervello e gli ultrasuoni focalizzati (MRgFUS), che agiscono senza incisioni sotto guida della risonanza magnetica. Non basta però la tecnologia: servono screening dei pazienti, multidisciplinarietà, esecuzione della procedura e continuità del follow-up.

La mappatura mostra una presenza diffusa sul territorio di Centri per le terapie avanzate per il Parkinson, distribuiti tra Nord (32), Centro (21), Sud e Isole (22). A contare il maggior numero di strutture sono Lombardia (11), Lazio (10) e Sicilia (7). Sul fronte delle competenze il quadro è solido. La presa in carico dei pazienti e la selezione dei candidati alle terapie più complesse sono presenti in quasi [...]

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