
Edgewing, il consorzio tra Leonardo, l’inglese Bae e la giapponese Jaiec, avvia il primo sito di sviluppo. Gli aerei saranno prodotti a Caselle
Nello stabilimento di Leonardo di corso Francia a Torino, un tempo fucina produttiva della multinazionale italiana della difesa e oggi centro di ricerca e sviluppo dell’azienda, i primi ingegneri di Edgewing sono già al lavoro per progettare il caccia di nuova generazione Gcap, l’aereo che nascerà dalla joint venture paritetica tra Leonardo, la britannica Bae Systems e la giapponese Japan Aircraft (Jaiec).
Il sito torinese, dopo la creazione della sede centrale di Edgewing in Inghilterra, è il primo tassello operativo della joint venture presieduta dall’inglese Herman Claeen e guidata dall’amministratore delegato italiano, Marco Zoff, già capo della divisione velivoli di Leonardo. In tempi brevi, arriveranno il sito inglese di Warton e quello giapponese di Nagoya che, con Torino, concorreranno al completamento del progetto e, successivamente, alla sua industrializzazione. Nei tre siti, è già così a Torino, opereranno team congiunti con personale proveniente da tutte le nazioni. L’obiettivo è lo sviluppo dell’aereo, in tempi brevi, entro il 2035. «Siamo in anticipo», dice Zoff, «grazie a uno spirito di collaborazione e a un eccellente clima di fiducia e scambio di informazioni che si è creato fin dalle prime battute del progetto con i partner britannici e giapponesi».
Agli ingegneri e tecnici già operativi a Torino, con l’avanzare del progetto se ne aggiungeranno via via altri fino ad arrivare, a regime, a circa mille addetti che lavoreranno in sinergia con altre mille risorse di Leonardo direttamente impegnate sul velivolo destinato a coinvolgere tutta la filiera della difesa e dell’aerospazio piemontese e italiana. Nella prima fase di sviluppo, appunto, e successivamente nella fase di produzione nello stabilimento Leonardo di Caselle che già ospita le linee di Eurofighter, il caccia prodotto dal consorzio europeo formato da Leonardo con Bae e Airbus.
«Gcap», spiega Zoff, «non è solo un velivolo. È un sistema di sistemi di sesta generazione che intreccerà tutte le competenze tecnologiche disponibili nei diversi domini. Oltre a volare, con o senza pilota, sarà un hub altamente tecnologico di comunicazione con le attività di terra, di mare e spaziali, oltre che una piattaforma cyber. Per questo la scelta di Torino per il sito di progettazione e di produzione, è stata la più naturale. Qui sono disponibili tutte le competenze e le aziende delle diverse filiere, le Università e i centri di ricerca che sono già coinvolti nel progetto».
La filiera piemontese della difesa e dell’aerospazio, infatti, con i 5.200 dipendenti di Leonardo e i 1.100 della joint venture con Thales Alenia Space, conta 14.500 addetti tra diretti e aziende dell’indotto e coinvolge circa 420 fornitori, l’87% piccole e medie imprese. Nel 2025il fatturato regionale del comparto è stato di circa 740 milioni. Gli investimenti in ricerca e sviluppo della sola Leonardo sono l’8,7% della spesa totale in ricerca delle imprese della regione. Numeri che sono destinati a crescere grazie al progetto Gcap.
«Il Gcap», spiega l’amministratore delegato di Leonardo, Lorenzo Mariani, «è uno dei programmi più sfidanti e avveniristici per l’industria dell’aerospazio e della difesa. Garantirà la sicurezza e la sovranità tecnologica per le generazioni a venire, oltre ad avere importanti ricadute sull’industria civile. Un progetto di questa portata, a regime e nel medio-lungo periodo, ha un impatto potenziale di oltre diecimila nuovi posti di lavoro nel Paese».
Il programma prevede la produzione della nuova generazione di aerei almeno fino al 2070 e non esclude il coinvolgimento di altri paesi. Il Canada è stato ammesso come osservatore. La Germania ha manifestato interesse a entrare come socio. «Sono decisioni», spiega Mariani, «che competono ai Governi. Dal punto di vista industriale, l’allargamento della base del progetto sarebbe certamente un vantaggio perché amplierebbe le competenze e aumenterebbe le risorse disponibili. Ma un ingresso diretto a breve termine nella joint venture comporterebbe una revisione della governance e, di conseguenza, si rischierebbe un allungamento dei tempi».
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