Pensioni dei militari, l’Usmia: «Dal 2032 è allarme per i  contributivi puri». Ecco il perché e le simulazioni

Il problema riguarda il modo in cui il sistema contributivo determina l’importo della pensione. Secondo il sindacato, nel solo Esercito le persone interessate saranno circa 10.000, mentre, considerando Forze Armate e Forze di Polizia a ordinamento civile e militare, la platea viene stimata in circa 40-45 mila persone

Per chi fa parte delle Forze Armate non c’è solo la sfida della sicurezza, che riguarda l’intero paese e si sviluppa in una serie di teatri operativi, dall’Ucraina al Medio Oriente. C’è n’è un’altra, probabilmente più sotto traccia, che riguarda le condizioni economiche di domani: la sfida della previdenza. Ovvero, per dirla con il titolo del convegno nazionale promosso da Usmia Interforze che martedì 6 ottobre ha posto sotto la lente i nodi connessi al futuro previdenziale del personale in divisa, “il rischio di una nuova emergenza sociale”.

Il sindacato ha lanciato un allarme: dal 2032 inizieranno a raggiungere il pensionamento le prime generazioni interamente assoggettate al sistema contributivo. Una scadenza che apre una questione previdenziale destinata a coinvolgere in maniera progressiva l’intero comparto Difesa e Sicurezza. Nel solo Esercito, è stato sottolineato, le persone interessate saranno circa 10.000, mentre, considerando Forze Armate e Forze di Polizia a ordinamento civile e militare, la platea viene stimata in circa 40-45 mila persone. L’assegno, è il messaggio, rischia di essere poco in linea con un costo della vita in aumento. Il sindacato chiede di intervenire sui coefficienti, salvaguardare il Tfs e delineare una disciplina previdenziale in linea con limiti e condizioni di impiego del comparto.

Il problema riguarda il modo in cui il sistema contributivo determina l’importo della pensione. Il trattamento dipende dal montante accumulato durante la carriera e dal coefficiente di trasformazione applicato al momento del pensionamento, che aumenta con l’età. Per una parte consistente del personale militare, però, i limiti ordinamentali impongono la cessazione dal servizio a età inferiori rispetto a quelle prese a riferimento dal sistema generale. Il rischio è che un vincolo proprio dell’ordinamento militare finisca per tradursi in una penalizzazione previdenziale.

Che fare? Usmia ha lanciato una proposta al mondo della politica: una previdenza dedicata al comparto Difesa e Sicurezza, costruita intervenendo sui coefficienti di trasformazione in senso migliorativo e tenendo conto della specificità delle carriere. L’ipotesi è riconoscere coefficienti riferiti a età più elevate rispetto a quella effettiva di cessazione, così da compensare almeno in parte gli effetti prodotti dai più bassi limiti ordinamentali. La proposta punta anche a salvaguardare il Trattamento di fine servizio. La previdenza complementare comporta infatti il passaggio dal Tfs al Tfr e l’alimentazione di un fondo attraverso il Tfr e le quote contributive definite in sede di contrattazione. La previdenza dedicata ipotizzata per il comparto, osserva il sindacato, agirebbe invece direttamente sul meccanismo pensionistico, con l’obiettivo di mantenere il Tfs e riconoscere sul piano previdenziale le peculiarità che già caratterizzano il servizio militare. «Occorre salvaguardare il trattamento di fine servizio e individuare strumenti capaci di compensare gli effetti che il sistema contributivo produrrà sulle future pensioni del personale che, proprio per ragioni ordinamentali, non può prolungare indefinitamente la propria permanenza in servizio», spiega Leonardo Nitti, Segretario generale Interforze Usmia.

Accanto a questo modello restano gli strumenti già previsti dall’ordinamento, tra cui ausiliaria e moltiplicatore. L’ausiliaria consente, al termine del relativo periodo, il ricalcolo del trattamento attraverso l’incremento del montante contributivo e l’applicazione del coefficiente legato all’età raggiunta. In alternativa, nei casi previsti, il moltiplicatore incrementa il montante individuale sulla base dell’ultima retribuzione imponibile.

Il confronto si sposta ora sul piano istituzionale. Nell’ultimo rinnovo contrattuale sono stati assunti impegni sul tema della previdenza dedicata e, entro ottobre, è atteso l’avvio di un confronto specifico con il coinvolgimento di rappresentanti di sei Ministeri.

«Con la legge di stabilità del 2022 – ha affermato Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato e senatore di Forza Italia, nell’intervento al convegno – ho fatto istituire, insieme ad altri colleghi, una voce per la previdenza dedicata e per la quale poi sono stati stanziati, negli anni successivi, alcune decine di milioni di euro, che non sono sicuramente sufficienti per risolvere il problema, ma sono stato operativo ed attivo su questo tema. In occasione del rinnovo del contratto il governo si è impegnato a fare un tavolo, entro 90 giorni, che si dovrà riunire rapidamente per affrontare e risolvere il tema della previdenza dedicata. Siamo arrivati al punto in cui bisogna completare lo stanziamento nel quadro delle risorse da destinare alla difesa», ha concluso Gasparri.

Da parte sua Stefano Graziano, capogruppo Pd in Commissione Difesa della Camera, nel corso del suo intervento ha messo in evidenza che «dal confronto con le rappresentanze del personale militare emerge con chiarezza una forte preoccupazione: mentre il Governo continuano a destinare risorse agli investimenti sulle armi, restano ancora senza risposte adeguate questioni fondamentali per la vita dei nostri militari. Penso innanzitutto alle retribuzioni – ha affermato -, che devono essere adeguate al costo della vita e alla specificità del lavoro svolto; penso alla previdenza, sulla quale occorre finalmente affrontare in modo serio e organico il tema della specificità del personale militare; penso alla formazione, che non può essere considerata una voce accessoria, ma un investimento sulla professionalità e sulla sicurezza; e penso soprattutto alla drammatica questione degli alloggi di servizio, che riguarda direttamente migliaia di militari e le loro famiglie. Una difesa forte non si costruisce soltanto con le armi, ma investendo sulle persone. È su questo che è necessario da parte del Governo un cambio di passo», ha concluso Graziano.

Durante il convegno sono intervenuti alcuni esperti, che hanno fornito alcune chiavi per affrontare la questione. «Quando parliamo di retributivo – ha spiegato Alberto Zanetta segretario nazionale Usmia con delega al trattamento economico – parliamo di quel tipo di calcolo delle pensioni che avveniva prima della cosiddetta “riforma Dini”. C’è una data spartiacque, il 31 dicembre 1995, quindi tutto il personale che era andato in pensione prima del primo gennaio 96 era cosiddetto “retributivo puro”. Il retributivo puro si sostanziava in una percentuale del 2% per un massimo di 40 anni di contributi. Faccio un esempio – continua l’esperto -: se io fossi stato un retributivo puro e un’altra persona fosse stata un mio collega che era entrata assieme a me in accademia, indipendentemente dal tipo di carriera che noi avremmo fatto, alla fine il nostro trattamento pensionistico sarebbe stato identico, perché in maniera molto asettica si dicevano massimo 40 anni di contributi, 2%, quindi era l’80% dell’ultimo retribuzione utile ai fini pensionistici».

Con il passaggio al sistema contributivo, il quadro è cambiato. Il passaggio non è avvenuto in maniera drastica, è stato previsto un periodo di transizione. La transizione cosa ha previsto? «Ha previsto la creazione di due figure, quelli che noi chiamiamo “misti” e poi i “contributivi puri”, ha risposto Zanetta. «I misti erano quelli che alla data del 31 dicembre 1995 erano in servizio ma avevano almeno 18 anni utili. Ecco – osserva l’esperto – faccio un piccolo inciso quando parliamo di utili, perché nel servizio militare c’è il servizio militare effettivo, data di arruolamento data di concedamento, e poi ci sono delle maggiorazioni figurative per un massimo di 5 anni. Quindi il personale che era arrivato ad avere 18 anni utili era sì contributivo ma di fatto il suo trattamento pensionistico era fatto per la grande maggioranza dell’ammontare ancora col sistema retributivo. Quindi – continua l’esperto – io li chiamo i “misti retributivi”. Ci sono poi i misti contributivi e sono quelli su cui cominciamo a focalizzare la nostra attenzione, ossia quel personale che era in servizio alla data del 31-12-95 ma non aveva i 18 anni utili. Per questo tipo di personale sono cominciate ad entrare delle quote di calcolo, quindi il sistema retributivo sino alla data del 31-12-95, il sistema contributivo a partire dal primo gennaio 96. Poi ci sono i terzi che sono i “contributivi puri”. I contributivi puri sono quelli che sono entrati in servizio al primo gennaio del 96 per cui non hanno nessun tipo, chiamiamola di eredità, di retributivo. Pertanto la loro pensione è molto semplice da calcolare perché si tratta semplicemente di andare a prendere il loro montante contributivo moltiplicato per il loro coefficiente di trasformazione diviso 13 e ho la mia pensione lontana. Il problema – ha sottolineato Zanetta – è che l’importo, l’assegno effettivo è decisamente inferiore a quelli che sono i misti e non faccio neanche il confronto con i retributivi. Quindi – ha concluso l’esperto – è questa la differenza fondamentale».

«Nell’ultimo periodo – ha detto Salvatore Miccichè, segretario nazionale tesoriere di Usmia esercito – siamo riusciti a modificare alcuni aspetti di un istituto che possiedono le forze armate, l’istituto dell’ausiliaria. Senza l’ausilio dell’ausiliaria, scusate il gioco di parole, la previsione sarebbe stata intorno al 55% dell’ultimo stipendio. Nel 2021 siamo riusciti a modificarla, riusciamo a dare un quid in più perché il personale che sta in quella posizione comincia a ricontribuire per un periodo non oltre i cinque anni e gli viene attribuito, al fine del servizio utile che è completato quando termina l’ausiliaria, un coefficiente di trasformazione che è pari all’età anagrafica che avrà al momento che termina l’ausiliaria. Perché il coefficiente di trasformazione è legato all’età anagrafica. Quindi un primo input lo abbiamo dato cercando di modificare l’ausiliaria e dal 2021 siamo riusciti e attualmente – ha sottolineato – chi è totalmente contributivo si aggirerà tra il 60 e il 65%. Siamo ancora lontani però da quel famoso 80%».

«Generalmente il militare comincia la sua attività lavorativa tra i 18 e i 20 anni – ha ricordato l’esperto – e termina al sessantesimo anno di media. In alcuni casi si va un po’ oltre. Ha contribuito per circa 40, 42 anni. Nel mondo civile si inizia a contribuire, è la media nazionale, intorno ai 30 anni, per andare via al 67esimo anni di età. Paradossalmente, nonostante il militare contribuisca di più, quando si va a consolidare la sua pensione è nettamente inferiore rispetto a quella del pubblico impiego o del civile perché il coefficiente di trasformazione che determina la pensione è nettamente più vantaggioso per il pubblico impiego. Ma il militare fa un lavoro diverso dagli altri: quando c’è un pericolo, gli altri vanno dalla parte opposto del pericolo. Noi invece siamo chiamati a correre incontro al pericolo», ha ricordato Micciché. Per il sindacato il conto alla rovescia è cominciato. Occorre arrivare a una soluzione prima che il passaggio al contributivo produca i suoi effetti sulle prime grandi platee di personale. La manovra alle porte potrebbe essere una prima occasione. Ma la coperta corta delle risorse non lascia grande margine all’ottimismo. Il Documento programmatico di finanza pubblica, da poco approvato dal Consiglio dei ministri e ora all’esame delle Camere, ha previsto per il 2027 un aumento di 14,7 miliardi della spesa pensionistica. Uno scenario che sembra lasciare margini ridotti alle proposte dei partiti in vista della legge di Bilancio 2027.

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