Pensioni, per la flessibilità in uscita costo di 41,3 miliardi di euro nel quadriennio, come la spesa per il contrasto alla povertà

Il rapporto della Ragioneria generale dello Stato stima l’onere nel periodo 2019-2025 dell’uscita con il sistema delle Quote, di Opzione Donna sull’incremento di debito, cui vanno aggiunti gli effetti ulteriori di contrazione della crescita economica prodotti da tali misure

Le misure di flessibilità nell’accesso al pensionamento hanno comportato nel periodo 2019-2025 circa 41,3 miliardi di euro di complessivi oneri. Un costo di dimensione analoga all’onere conseguente dall’introduzione delle misure di contrasto alla povertà, che è pari a circa 45,2 miliardi di euro.

Il rapporto della Ragioneria generale dello Stato sulle tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio sanitario sottolinea che cumulativamente nel periodo 2019-2025 gli oneri delle misure di flessibilità nell’accesso al pensionamento ammontano a circa 41,3 miliardi di euro, con un «corrispondente incremento di debito, cui vanno aggiunti gli effetti ulteriori di contrazione della crescita economica prodotti da tali misure che comportano la riduzione dei livelli occupazionali e della conseguente crescita potenziale».

A questo proposito va ricordato che con la legge di bilancio 2026 il governo Meloni ha prodotto una stretta sui canali di uscita flessibile nei pensionamenti, ma nel dibattito politico la Lega, per voce del sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, ha avanzato la proposta di estendere l’uscita anticipata a 64 anni di età ai lavoratori che hanno iniziato a versare i contributi prima del 1996.

Il riferimento della Rgs è alle misure di flessibilità nell’accesso al pensionamento introdotte dal decreto-legge n. 4 del 2019 sono quelle che hanno consentito, in via temporanea o sperimentale, di andare in pensione prima dei requisiti ordinari previsti dalla riforma Fornero. Negli anni successivi sono state prorogate o sostituite da misure analoghe. Si tratta di Quota 100 (uscita con 62 anni di età e almeno 38 anni di contributi), sostituita nel 2022 da Quota 102 (64 anni di età e 38 anni di contributi) e dal 2023 da Quota 103 (62 anni di età e 41 anni di contributi). Ma anche Opzione Donna, misura riservata a determinate categorie di lavoratrici, con accesso anticipato alla pensione a fronte del calcolo dell’assegno interamente con il metodo contributivo, generalmente meno favorevole, più volte prorogata con requisiti e platee modificate. Un contributo all’onere di 41,3 miliardi lo ha dato anche il blocco dell’adeguamento alla speranza di vita per la pensione anticipata, con il mantenimento del requisito contributivo della pensione anticipata ordinaria (42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne), evitando l’aumento previsto in base alla crescita della speranza di vita.

Età media di accesso al pensionamento è di 64,9 anni

Da notare che nel 2025 l’età media di accesso al pensionamento (pensionamento anticipato e di vecchiaia) per i fondi maggiori (settore privato e pubblico) è risultata pari a circa 64,9 anni fronte di un requisito anagrafico legale standard per l’accesso al pensionamento di vecchiaia pari a 67 anni nel 2025. In particolare, l’età media di accesso al pensionamento anticipato è risultata nel 2025 pari a circa 61,8 anni (sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni).

In prospettiva occorre fare i conti con la questione demografica. Il rapporto sottolinea anche che nel 2001 l’indice di dipendenza era 27,4, ovvero ogni 100 persone in età lavorativa (circa 15-64 anni) c’erano 27 anziani con 65 anni o più. Nel 2025 è salito a 39,0: dunque ogni 100 persone in età lavorativa ci sono 39 anziani. Nel 2045 si prevede che arrivi a 62,0: ogni 100 persone in età lavorativa ci saranno 62 anziani.

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