
«Con la Zona economica speciale e gli incentivi varati dal governo il Mezzogiorno può affrontare le incognite del post Pnrr. Per il Centro-Nord allo studio l’estensione solo delle semplificazioni amministrative»
Il Sud viaggia ancora con il vento in poppa grazie al Pnrr. Ma dal 2027, per la prima volta dopo cinque anni, la crescita potrebbe essere inferiore a quella del Centro-Nord e il tema rischia di diventare un’incognita nell’ultima fase del governo Meloni. Per Luigi Sbarra, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per il Sud, ci sono le condizioni per non disperdere il recupero in atto.
Il governo sta impostando una strategia in vista del dopo Pnrr?
Il Mezzogiorno in questi anni non ha navigato soltanto con il vento favorevole del Pnrr. A sostenere la crescita hanno contribuito anche le misure messe in campo dal governo Meloni: incentivi alle imprese, sgravi per l’occupazione, investimenti infrastrutturali e detassazione del lavoro. È una strategia costruita su più direttrici che continueremo a portare avanti anche nei prossimi mesi, con l’obiettivo di consolidare una crescita che possa proseguire anche oltre il Pnrr. Attendiamo naturalmente i risultati.
Con il nuovo Dipartimento per il Sud è prevista la definizione di un Piano strategico per il Mezzogiorno, oltre all’aggiornamento del Piano ZES Unica. A che punto siete e cosa conterranno questi documenti?
Il Piano Strategico sarà la cornice di riferimento per coordinare tutte le politiche dedicate al Mezzogiorno. Abbiamo già mappato le misure destinate al Sud per renderle più integrate ed efficaci. Quanto al Piano ZES, quello già vigente scadrà il prossimo anno. Credo che un ragionamento da fare riguardi l’inclusione anche delle energie rinnovabili tra le filiere produttive.
La crescita del Mezzogiorno è stata trainata principalmente dalle costruzioni, per effetto degli investimenti pubblici del superbonus prima e del Pnrr dopo, e dai servizi grazie al turismo. Secondo la Svimez, nel 2027 gli investimenti totali cresceranno solo dello 0,7% contro l’1,7% del Centro-Nord. I consumi delle famiglie dello 0,6 (contro 0,9%). Prevedete misure o incentivi mirati per correggere questo trend?La ZES Unica continuerà a essere il principale strumento di sviluppo del Mezzogiorno anche nei prossimi anni e a questo scopo credo sia opportuno pensare a un suo rifinanziamento con la prossima legge di bilancio che, quantomeno, replichi lo schema dell’ultima manovra: significa almeno 4 miliardi di euro aggiuntivi nel triennio. La ZES funziona perché integra misure complementari: autorizzazione unica per ridurre la burocrazia, credito d’imposta per attrarre investimenti, sgravi contributivi per favorire l’occupazione e un plafond dedicato da 300 milioni di euro per il potenziamento infrastrutturale. Secondo le stime di Ambrosetti, dal 2024 produrrà un impatto economico di circa 60 miliardi di euro e quasi 70 mila posti di lavoro, contribuendo ai circa 500 mila nuovi occupati registrati durante il governo Meloni.
L’occupazione cresce, ma in particolare nel Mezzogiorno i salari restano bassi e il potere d’acquisto delle famiglie continua a soffrire.
Sulla politica salariale il governo è già passato dalle riflessioni ai fatti. Penso al sostegno finanziario per agevolare i rinnovi contrattuali nei settori privati, alla sottoscrizione di tutti i Ccnl dei comparti pubblici, in anticipo rispetto alle scadenze, al decreto Lavoro, che stanzia un miliardo di euro per gli sgravi contributivi con una particolare attenzione al Mezzogiorno, di incentivi rafforzati ed esclusivamente dedicati. Con il “salario giusto” per la prima volta le imprese potranno accedere ai contributi solo rispettando il trattamento economico complessivo previsto dalla contrattazione collettiva.
Lei e la premier avete prospettato l’estensione della ZES a livello nazionale. In quale forma e con quali tempi potrebbe concretizzarsi?
Il successo della ZES Unica l’ha resa una strategia di riferimento per l’intero Paese, tanto che il presidente Meloni ha indicato la possibilità di estendere il modello relativamente alla semplificazione autorizzativa. Quanto ai tempi, è un’ipotesi sulla quale il governo sta lavorando proprio in queste settimane. C’è un tema di governance, tra livello centrale e regionale, molto articolato che richiede delle valutazioni.
Il ministero delle Imprese studia l’allargamento delle Zone logistiche speciali del Centro-Nord anche alle aree non portuali. È un’iniziativa alternativa rispetto a quella di Palazzo Chigi?
Favorire gli investimenti attraverso la semplificazione burocratica è un obiettivo condiviso da tutto il governo. È quindi naturale che vengano valutati percorsi diversi per raggiungere lo stesso risultato. Sarà poi necessario armonizzare le varie iniziative all’interno di un quadro coerente.
L’estensione delle procedure semplificate non rischia di ridurre il vantaggio competitivo del Sud? Spesso la scelta di localizzazione degli investimenti, soprattutto da parte delle multinazionali straniere, è legata proprio all’assenza di burocrazia, più che agli incentivi.
La riduzione della burocrazia è una priorità nazionale, anche in relazione alle raccomandazioni ricevute dall’Unione europea. Il governo continuerà a garantire al Mezzogiorno fattori di vantaggio come il credito d’imposta per gli investimenti produttivi, gli sgravi contributivi maggiorati, gli incentivi per l’autoimprenditorialità e la quota dedicata delle risorse della politica di coesione. Abbiamo puntato anche sull’infrastrutturazione dei consorzi industriali e dei Comuni con più di 5mila abitanti dotati di Piani per insediamenti produttivi e la risposta è stata significativa: domande per 750 milioni a fronte di una disponibilità di 300 milioni: ora lavoreremo per aumentare la dotazione.
I casi di Tavolara e Ostuni hanno svelato un tema di equilibrio di competenze tra Stato ed enti locali. L’estensione nazionale della ZES rischia di delineare una forma di commissariamento generalizzato? Non c’è alcuna sovrapposizione di competenze: nei due casi citati sono state le amministrazioni locali a fare un passo indietro. Qualsiasi eventuale estensione del meccanismo autorizzativo terrà conto di tutti i vincoli normativi, a partire dalla Costituzione. L’obiettivo dell’autorizzazione unica è sempre stato quello di garantire un punto di accesso unico ai procedimenti, nel pieno rispetto delle prerogative di tutte le amministrazioni competenti.
Che impatto può avere la crisi dell’ex Ilva di Taranto sul Mezzogiorno?C’è in corso un lavoro di tutto il governo per trovare una soluzione in tempi rapidi. Anche attraverso un contributo decisivo della Zes per il rilancio dell’area di Taranto con investimenti complementari a quelli dell’acciaio. Dal 2024 a Taranto ci sono state 48 autorizzazioni uniche relative a investimenti per 450 milioni. E, in ragione dell’emergenza e del piano straordinario prospettato dal governo, considereremo l’importanza di accelerare ulteriormente per i nuovi progetti che saranno presentati.
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